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    28
    nov.
    2011

    Ricordate il caso Ludwig? Un libro per sapere e ricordare.

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    Giovani, belli, ricchi. E assassini, nel nome del ferro, del fuoco e della svastica.
    Stiamo parlando di Wolfgang Abel e Marco Furlan, i due studenti che, sotto la sigla Ludwig, tra gli anni Settanta e Ottanta hanno seminato sangue e terrore nel nord Italia e in Germania, massacrando e bruciando chi non rispettava i loro rigidi criteri morali.

    Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia

    Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia

    E’ una vicenda unica e mai dimenticata, raccontata per la prima volta in un true crime da poco pubblicato per i tipi della Dalai editore. “Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia”, scritto dalla giornalista Monica Zornetta (autrice de “La resa. Ascesa, declino e “pentimento” di Felice Maniero”, “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto”, tutti per Dalai editore, e “Terrore a nordest”, per Bur Rizzoli), ripercorre per mezzo di una inchiesta puntuale, e attraverso uno stile avvincente, i fatti, le persone, gli interrogatori, i processi, le perizie psichiatriche, i dubbi irrisolti che hanno costituito questa storia unica. Una storia disturbante, un pugno allo stomaco che non segue una unica traccia, una sola verità, ma che mette insieme, affianca e intreccia, più verità.

     

    Il libro Ludwig, inquietante nella sua attualità (risalgono solo a poche settimane fa, infatti, gli arresti di appartenenti a una organizzazione neonazista che negli ultimi dieci anni ha ucciso, a Berlino, molti cittadini turchi e greci… per questi fatti in Germania si parla di connivenze con la politica e le istituzioni), prende per mano il lettore e lo accompagna lungo l’impervia discesa degli abissi compiuta dai due protagonisti.

    Ludwig è una storia che, nonostante le condanne di Abel e Furlan, presenta ancora molti, troppi, lati oscuri. E’ nata a Verona, la città delle trame nere, di Ordine nuovo, del comando Ftase, del Movimento nazionale di Opinione pubblica, delle organizzazioni segrete Nuclei di difesa dello Stato e Rosa dei Venti, dei Guerriglieri di Cristo Re: l’humus perfetto per alimentare e proteggere una eventuale organizzazione composta da persone legate all’estrema destra veronese, collegate al mondo stragista e rimaste fino ad oggi nell’ombra.
    Ci sono particolari inediti in “Ludwig. Storie di fuoco, sangue, follia”, ci sono nomi e cognomi di persone vicine ad Abel e Furlan (ad esempio gli appartenenti al gruppo chiamato Ronde Pirogene Antidemocratiche) e, per la prima volta, c’è la verità di Wolfgang Abel – che l’autrice ha più volte incontrato a Verona – scritta di suo pugno. Ma torniamo alla verità processuale di Ludwig.

    Il misterioso nome compare per la prima volta in un volantino dall’iconografia nazista nel quale il serial killer (di tipo “missionario”, secondo i criminologi) si attribuisce gli omicidi di un senzatetto a Verona, di un omosessuale a Padova e di un giovanissimo tossicodipendente a Venezia. L’inquietante firma, corredata dal disegno di una aquila nazista poggiata sulla svastica e dalla scritta Got mit uns tornerà in altre sei rivendicazioni, in seguito cioè alle uccisioni di una prostituta, di uno studente diciottenne, di tre religiosi e alle stragi in un cinema a luci rosse di Milano e in un locale notturno a Monaco di Baviera. Tutte Untermenschen, secondo Ludwig, le vittime: tutti subumani da eliminare con strumenti dalla forte valenza simbolica come martelli, asce, scalpelli, coltelli  e, infine, il catartico fuoco.
    Le indagini, che coinvolgono più stati e più polizie, faticano a decollare ma nel 1984 arriva, inattesa, la svolta. Due insospettabili veronesi poco più che ventenni – Wolfgang Abel, di nazionalità tedesca, laureato in Matematica, e Marco Furlan, laureando in Fisica – , simpatizzanti dell’estrema destra, uniti da un rapporto molto particolare, vengono arrestati nel Mantovano mentre danno fuoco a una discoteca con dentro quattrocento ragazzi. Da quel momento Ludwig smette di uccidere.

    I due vengono riconosciuti seminfermi di mente e condannati a ventisette anni di carcere. Abel ne sconta ventitré, Furlan sedici, a dispetto di una latitanza durata quattro anni in Grecia (altro buco nero delle indagini: chi lo ha aiutato?)
    Oggi sono liberi e lavorano: il veronese in una agenzia di informatica a Milano, il bavarese come trattorista in una azienda agrituristica della Valpolicella.

    La loro vicenda giudiziaria si è da poco conclusa; nessuno dei due ha confessato alcunché, ma molte domande sui moventi e sulle eventuali complicità sono rimaste senza risposta, “obbligandoci – scrive Zornetta sulla seconda di copertina – a confrontarci con le verità contrapposte di un caso enigmatico e a interrogarci sul fragile confine tra «normalità» e follia”.

     

    Postato da Redazione
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