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    15
    dic.
    2011

    La tavolata della pace

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    La Repubblica delle Scommesse
     
    La Repubblica delle Scommesse

    Pallone bucato, tavolo franato tra falchi, colombe e molti piccioni. Eppure come leggete ve l’avevo anticipato… Nessuna cartomanzia. Semplicemente conosco i miei…polli.
    E dopo leggi Dagospia per sapere come è andata…

    Cinque giorni di grande calcio e soprattutto paracalcio, da sabato a oggi, con il già leggendario “tavolo della pace” per il quale si addobbano la fronte con bandana iridata al Coni Petrucci e Pagnozzi, Agnelli e Moratti, Della Valle e De Laurentiis. E Abete, of course. Sabato Inter-Fiorentina, scontro allo spasimo tra il poco e il niente, che riapre le polemiche appena sopite su una dirigenza gigliata “unfit”, basculante tra il laureato calzaturiero e il Corvino di Vernole. E il gran gol della “canaglia” Mutu, sufficiente al Cesena per vincere a Palermo. Poi arriva la domenica, e Rocchi. Non il centravanti della Lazio, che infatti aveva già fatto il suo a Lecce, ma l’omonimo arbitro, prima coinvolto e poi sconvolto in “Calciopoli”, che commette molti errori ma uno più errore degli altri: Seedorf aggiusta la palla con il braccio nella sua area in un modo che davvero non può sfuggire a nessuno, sia felsineo o milanista , cinese o sudafricano. Il rigore al Bologna non viene dato. Il Milan rischia di vincere, il pareggio tronca e sopisce.

    Mi pare un caso ultra-clamoroso, da Juventus vecchia maniera per intenderci. E mi chiedo: 1) come è possibile che dopo “Calciopoli” una cosa del genere non freghi quasi niente a quasi nessuno, come se “il lavoro sporco” fosse già stato fatto a suo tempo e la pratica evasa;
    2) fino a che punto si può arrivare con la teoria dell’errore, dell’arbitro che sbaglia come i giocatori, non c’è un limite, e nel caso questo rigore non dato da Rocchi non parrebbe da manuale;
    3) un errore macroscopico falsa un campionato oppure no, e se no è perché in altre occasioni altri arbitri hanno tacitamente o meno l’ordine di rimediare;
    4) e nel caso, a danno di chi. Come capirete, a tirare il capo del filo si sgomitola facilmente un po’ tutto, tavolo o non tavolo… Il lunedì finalmente delle emozioni in libertà all’Olimpico: errori ma non da parte di arbitro o assistenti, professionisti allo sbaraglio tra la Roma tatticamente bambina e la Juve a misura di Conte, una partita “aperta” che pure tra tante lacune dei fondamentali (si va indietro nella qualità del gioco come un po’ in tutto, in un Paese in declino…) ci riconsola delle tante partite “chiuse”.

    Ma il bello come sapete è fissato per oggi. Dopo i lai di Andrea Agnelli e le risposte di Petrucci, ecco il “tavolo della pace”. Detto dell’abbigliamento iridato con bandana di falchi, colombe e piccioni nel Palazzo H, veniamo al sodo. Perché Gianni Petrucci, ex discreto terzino agile e furbetto da tre mandati e oltre primo cittadino dello sport italiano, e il suo sodale Lello Pagnozzi, segretario del medesimo Ente, suocero di Nesta e protagonista di una strepitosa telefonata nell’arco di “Calciopoli” dedicata a favori ed esami anti-doping “stranamente” accantonata dagli inquirenti, hanno avuto questa bella pensata? Sapendo benissimo i due, per via interna, esterna e gastroenterica che solo di un’occasione di facciata si può trattare essendo remoto un punto d’accordo tra Agnelli e Moratti, e non avendo quasi voce in capitolo gli altri commensali politico-sportivi? Ma è lapalissiano. Hanno indetto questo tavolo perché è il loro lavoro: sono falegnami e poi “civil servants” (non è da querela) che debbono prefigurarsi il futuro.

    Petrucci, che dovrà lasciare il Coni, ma lo farà callidamente solo nel settembre 2013, con sei mesi di ritardo sulla tabella post-olimpica della Federazione delle Federazioni, in tempo da sapere se a Roma saranno stati assegnati i Giochi 2020 (hai visto mai), si deve riposizionare. Pagnozzi dovrebbe assicurare la continuità del potere passando sulla poltrona del sodale in un clima da famiglia allargata. Il calcio, gli scudetti, gli avventori sono ghiottissima finestra mediatica, e pretesto prezioso per negoziare il futuro al massimo livello.

    Troppo realismo di me che scrivo? Casomai perfetto pragmatismo del duo che strumentalizza magistralmente l’incerto Agnelli e il “prescritto da illecito sportivo” bardato di sicumera Moratti (cfr. Palazzi, l’accusa federale), il Della Valle delle vacche magre e il De Laurentiis di quelle grasse, entrambi abitualmente vittime sacrificali di un sistema che di solito non li prevede (cfr. l’Udinese: davvero potrebbe vincere lo scudetto?). Il tutto all’ombra del presidente Figc Abete, quello de “l’etica non va in prescrizione”, una specie di Don Abbondio con un fratello maggiore. Attendo smentite.

    Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano, 14 dicembre 2011

    Da Dagospia.com
    Calcio marcio – in quattro ore e 36 minuti il tavolo della pace apparecchiato da Petrucci con Agnelli e Moratti, De Laurentiis e Della Valle, non ha raggiunto l’obiettivo di chiudere i conti con il passato, lasciando aperto un conflitto su ferite difficili da rimarginare – Abete “spetta a Juve valutare passo indietro. Le scorie di calciopoli sono ancora molto scottanti” – Petrucci: “ci penserò bene prima di fare altre riunioni”…

    (AGI/ITALPRESS) – Quattro ore e mezza di discussione, garbata ma ferma, non ha portato alcuna soluzione. Il cosiddetto tavolo della pace, per ammissione del suo stesso ideatore, il presidente del Coni Gianni Petrucci, non ha portato alcun frutto.
    tavolo della pace foto mezzelani gmttavolo della pace foto mezzelani gmt

    Tra la Juventus di Andrea Agnelli e l’Inter di Massimo Moratti, invitati nella Sala Giunta del Coni da Petrucci e dal segretario generale Raffaele Pagnozzi assieme al presidente della Figc Giancarlo Abete, al direttore generale Figc Antonello Valentini, al presidente del Napoli Aurelio de Laurentiis, al presidente onorario della Fiorentina Diego Della Valle e all’amministratore delegato del Milan Adriano Galliani, c’e’ evidentemente scarso feeling: non c’e’ guerra perche’ i presidenti si rispettano ma le parti restano fredde e distanti sul nodo del problema, lo scudetto del 2006, tolto ai bianconeri e dato ai nerazzurri in piena Calciopoli dall’allora commissario Guido Rossi.

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    Postato da Redazione
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