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    28
    dic.
    2011

    Le ceneri di Giorgio

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    La prima volta che Giangiacomo Feltrinelli scambiò i monti della Barbagia per la Sierra Maestra…” Cominciava così, una trentina d’anni fa, un reportage di Giorgio Bocca. Spesso Scalfari entrava in riunione di redazione, nella prima “Repubblica”, brandendone le pagine per commentarle. A volte ne leggeva appunto dei brani. Quell’incipit lo e ci entusiasmò particolarmente. Era una lezione continua di giornalismo, oltre il giornalismo. Non si trattava di “scrivere bene”, anche se c’era chi si limitava a concedergli quello e basta. Era piuttosto il caso speciale di qualcuno che andava avanti nella selva della realtà con un pensiero forte e un ragionamento semplice, con la voglia di testimoniare ma di avere anche un’idea del mondo, o dei mondi che gli capitava di incrociare. Era difficile trovare in giro parole fisiche come quelle di questo cuneese novantunenne le cui ceneri forse ha voluto disperse da ieri sul Monte Bianco. Fin qui sembra un “parce sepulto”, l’ultima cosa che, a spanne, gli si attaglierebbe.

    Il sistema corrente di ipocrisia ad altissimo voltaggio illumina chi se ne è andato e non può più reagire, magari dopo avergli inferto in vita colpi di maglio al buio da accoppare un bue. Non è il caso di Bocca, che ha sempre respinto ogni tentativo di canonizzazione che lo imbalsamasse in vita impedendogli di camminare in montagna, letteralmente o metaforicamente che fosse. Era impervio a sé e agli altri, almeno all’apparenza e non gli è toccato come invece a Montanelli un cursus honorum direttoriale. Chissà che giornale avrebbe fatto: non ne vedo in giro, ispirati da uno come lui. Ma è proprio questa sua ostinazione a rimanere vivo in vita fino all’ultimo periodo di estrema vigilia che lo rende ancora più unico e interessante per questi poveri posteri che siamo. Adesso se ne discute con virulenza come fossero stagioni picassiane quella di lui leghista, vent’anni fa, o quella recente dell’anti-sudista fino alla connotazione di “razzista” su cui lui ironizzava. Si possono e magari si debbono controbattere con energia certe sue esasperazioni provocatorie, ma non lo si può falsificare come leggiadri magliari giornalistici decontestualizzando il tutto.

    La prima Lega Nord era una speranza concreta di “sangue e suolo” in una politica putrefatta. Poi è diventata avanguardista della successiva putrefazione al cubo. Ma Bocca lo ha scritto. Da questi ultimi anni di “sconfitta profonda” dell’intiero Paese di cui non avrebbe fatto in tempo a vedere l’eventuale (?!?) risorgimento, con la macerazione del Sud e del suo tessuto antropologico, nascono le sventagliate di Bocca, che hanno suscitato le reazioni che sappiamo e che almeno “oppongono resistenza” alle sue esequie passive (l’avesse fatto apposta?). Nella vita di solito si bascula tra il tentativo di storicizzare la propria esistenza e il rischio di perdere l’attimo, nella composizione di tempo e spazio costituita dall’azione. Giorgio è stato sempre un uomo d’azione anche nella sua dimensione verbale, un caso assai raro di compatibilità dei due atteggiamenti esistenziali, logici e umorali, sublimati nel suo lavoro di parola. Fisica, appunto. Adesso lascia una professione smunta e corrotta, in cui si discute delle sue intemerate (meglio che il silenzio…) piuttosto che cercare di apprenderne le migliori lezioni. Lascia lettori spesso addirittura peggiori di chi li informa e li tratta per lo più da consumatori di una merce, bisognosi di “idola fori” da adorare senza alcuna facoltà critica. Lascia una comunità spezzettata e gelminesca per cui è d’uopo precisare che la “Sierra Maestra” di quell’incipit era quella di Cuba ecc. E il problema alla memoria sarebbe lui? O le sue uscite in proprio, senza committenti, dal seminato ipocrita in cui brucano i “non-Bocca”, in un Paese abituato solo alla raccolta truffaldina della semenza altrui e all’avvelenamento dei pozzi? Se volevi una conferma delle tue ragioni anche in memoriam, bè, Giorgio, eccole qui.

    Postato da Redazione
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