Prima, due mesi fa, alla fuoriuscita spernacchiata di Berlusconi dal premierato, si è cominciato a stigmatizzare il “golpe bianco”, l’espropriazione “manu quirinali e vaticani” da parte dei tecnici del potere nei confronti della politica politicante & esercente: ma almeno se ne poteva discutere. Qualcuno discettava in punta di diritto in tale direzione, qualche altro gli contestava che forse era così in teoria, ma che in pratica era il precipizio di “questa” politica ad aver prodotto l’esigenza di Monti e c., quasi sempre si rimaneva sulle posizioni di partenza: ma era politologia, alta o bassa che fosse. Poi, assai presto, il versante destrorso che era a favore del precedente governo ha cominciato a domandarsi ironicamente chi avrebbero attaccato i media di sinistra in assenza del Caimano e che fine avrebbero fatto al botteghino: di complemento su questa strada si è divisa anche la stampa prima modellata sull’opposizione al Berlusca.
Adesso si nota che programmi tv cresciuti di share per lustri all’ombra della “resistenza al Satrapo” perdono ascolti e quindi, implicitamente, stanno smarrendo identità e ragion d’essere. Come se si assistesse a un “muoia Sansone” con tutti i filistei correlati. Ci può essere del vero in questo rosario di interpretazioni, e casomai il tutto dovrebbe portare all’analisi il più possibile rigorosa e chiara della cosiddetta “nuova stagione”, Terza Repubblica o Rinnovamento Ambulatoriale che sia. Ma non si è fatto in tempo neppure a tentare una ricognizione di questa fatta, che la realtà si è ammutinata. Non sto qui a elencare ciò che sta succedendo da settimane e soprattutto da giorni, o addirittura da ore: tra spezzoni di Bounty, Italia che brucia, naufragi, disgrazie e metafore davvero non sappiamo a che santo votarci. Batte un colpo, più o meno discutibile, il governo, e in uno squash sociale pericolosissimo immediatamente la strada risponde ingigantendo i disagi e le proteste. Ma vengo al punto: girando il Paese e coltivando il rapporto “fatico”, spicciolo con le persone in grazia della riconoscibilità visiva, cioè “televisiva”, sempre più spesso mi sento dire all’approccio “si stava meglio prima”. Obietto “prima quando?”, per capirci di più, ed è diffuso lo slogan in risposta “quando c’era Berlusconi”. All’inizio ho provato – lo confesso candidamente – a eccepire una banalità: stiamo messi così proprio perché quando c’era Berlusconi e con una dose di complementarietà allarmante da parte dell’opposizione si è lasciato precipitare il Paese in un baratro, mentendo agli italiani, non dicendo loro che stavano vivendo al di sopra dei loro mezzi, ritardando le misure di riforma strutturale, allargando la forbice tra ricchi e poveri a quella tra plutocrati e miseri, polverizzando l’identità culturale di un popolo ridotto a una post-italianità del consumo senza consapevolezza ecc.
Gli interlocutori troppo spesso mi hanno squadrato e mi squadrano come un alieno, e neppure concedere loro che c’è una responsabilità collettiva in questo sfascio, di una classe dirigente e di un Paese intiero e non soltanto di Berlusconi, li smuove di un centimetro. “Era meglio prima”, è il mantra, se non addirittura “tornerà Berlusconi, e staremo meglio”. Ma come, c’era Lui sul ponte di comando tra nani, ballerine e champagne mentre arrivava la bufera, e lo rivorreste al timone? Non vi basta quello che stiamo subendo? No, come in una nuvola di tifo calcistico ti guardano senza vederti, ti ascoltano senza sentirti. Sì, siamo un Paese vecchio, vecchissimo, in cui la demenza senile evidentemente colpisce anche i più giovani (ho citato “sondaggi da strada” intergenerazionali): non si tratta di canonizzare Monti, per carità, non nasce sotto i cavoli neppure lui. Ma negare l’evidenza della realtà che ti schiaffeggia e le sue cause temo proprio sia il segno che Dio ci vuole perdere…
Il calcio alla sbarra
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