Penso (e scrivo, e dico) spesso il peggio dell’informazione oggi in Italia. Le classifiche sulla nostra libertà di stampa mettono i brividi. C’è una fortissima correità della mia categoria nell’aver prostrato questo Paese. E’ una casta, una cinghia di trasmissione con il potere e tra poteri, ecc. Ma ci sono ovviamente e fortunatamente eccezioni, e crescono giovani giornalisti con una dignità e un coraggio che fanno ben sperare. Non c’è solo la metafora ortopedica de “la schiena dritta” per chi svolge questo ruolo delicatissimo che informa, deforma, forma un’opinione pubblica. In un mondo globalizzato e mediatizzato al cubo, infatti, se l’umanità è un corpaccione di ormai 7 miliardi l’informazione è il suo midollo spinale. Lungo il canale vertebrale passa la rete nervosa che non ci fa o ci fa afflosciare. Il collega Giovanni Tizian è dunque un nervo prezioso. Difendiamolo, difenderemo noi stessi.
Tizian e i cronisti “atipici”: “Rischiamo la pelle, da precari”
“La mia è la storia di tanti giovani giornalisti”, spiega Giovanni Tizian, cronista sotto scorta per aver raccontato con le sue inchieste gli affari delle mafie al nord. “Siamo sottoposti a una doppia vulnerabilità”, raccontano i cronisti. Quella di chi rischia la pelle per il proprio mestiere, e lo fa senza una tutela economica e contrattuale. Le esperienze raccontate dai giornalisti precari nel sit-in di Montecitorio fotografano la situazione di chi si avvicina alla professione in Italia: “Guadagniamo tra i 5 e i 30 euro a pezzo”, spiega Luciana Cimino, cronista del coordinamento “Errori di stampa”. “Come si può pensare che questa condizione non incida sulla qualità dell’informazione e sulla libertà di chi deve raccontare la verità?”. Damiano Celestini, del Messaggero: “Da noi adesso gli articoli di meno di 800 battute vengono pagati zero euro. Zero. Ogni mese, a seconda di quanto scrivo, riesco a mettere insieme seicento o settecento euro. Sono ancora costretto a vivere a casa con i miei genitori”.
Servizio di Tommaso Rodano
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