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    22
    feb.
    2012

    Il campionato delle scommesse

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    C’era una volta il campionato tranquillo senza scommesse, o quasi, e quelle che c’erano erano clandestine e davano fastidio al Totocalcio. È vero, c’era da sempre la cattiva abitudine di “suggestionare” qualche arbitro, oppure di concordare risultati tra club o allenatori o giocatori anche solo in “calcese”, un dialetto internazionale dell’ambiente, una specie di esperanto rotondologico fatto non solo di parole ma di gesti, sguardi, ammiccamenti. Poi, va da sé, le squadre che erano riuscite a salvarsi per tempo dalla retrocessione, non avevano particolari problemi di classifica né ambizioni e non navigavano nell’oro, vendevano le partite dell’ultima fase del campionato. Nel sereno reame di Calciolandia, però, nessuno si scandalizzava più di tanto. Si sapeva che era così e si tollerava, ogni tanto facendo saltare qualcuno per salvare la faccia e poter dire che dal frutteto dei piedi era stata tirata via la mela marcia.

    Di questo andazzo però erano al corrente un po’ tutti gli addetti ai lavori e ai livori, e nella recita generale erano compresi alti dirigenti dello sport italiano e più bassi dirigenti di istituzioni e club. In questo pacifico mondo incantato arrivarono i denari delle tv e stravolsero il contesto. Il calcio era diventato ostaggio di diritti senza doveri, aveva continuato nella sua neghittosa amministrazione bancarottiera, si era speso tutto e non sapeva più come fare: i magheggi di cui sopra stavano impallidendo di fronte al buco nero del deficit. Così quando arrivarono i piccoli Stavijnski delle scommesse nel frattempo legalizzate, in parecchi pensarono di aver svoltato: la struttura del calcio arrangiato in toto o in parte, secondo le summenzionate cadenze stagionali, c’era già, predisposta a puntino. Si trattava di elevare a potenza il trucco, professionalizzando la faccenda. C’erano esperti del settore la cui annosa pratica si fuse con ex calciatori in cerca di denari, che a loro volta convinsero altri addetti al campo o ai dintorni di esso, fino ad arrivare agli indispensabili attori della pièce da manomettere, i calciatori (per ora non risulterebbero arbitri…). La cosa cominciò a funzionare, e attirò gli appetiti dei club che fino a qualche anno fa si accontentavano di qualche simpatico e contemplato (dalla tradizione…) arrangiamento, non sentendosi per esso affatto in colpa. C’era, nel pallone dei pionieri, un modo di sistemare la cosa se non proprio tra gentiluomini almeno tra faccendieri, integrando le partite combinate con l’imminente calciomercato o accendendo una cambiale per il campionato successivo.

    Solo che adesso, dopo varie pernacchiette di poco conto con scandali durati lo spazio di un pomeriggio, è scoppiato il bubbone, leggansi le inchieste delle Procure di Cremona, Bari e Napoli. Tre, per ora. E sono tutti preoccupatissimi, anche se per il momento non lo danno a vedere. Tutti: manutengoli, giocatori, ex giocatori, dirigenti, paradirigenti, alte cariche dello sport italiano. E stampa di complemento, con alle spalle una lunga e affettuosa tradizione “protezionistica” nei confronti del business pallonaro. E ci credo: se fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, fare il giornalista sportivo può spesso diventare “holiday on news”, un’autentica ricreazione generale. Perché però tremano in tanti nel reame di Calciolandia e nel-l’empireo dello sport italiano? Appunto perché sanno benissimo come funzionava l’andazzo in un calcio sporco da un pezzo, e sanno altrettanto bene che il fenomeno invasivo delle scommesse con la sua codona di partite truccate si è rovesciato su una Rotondocrazia dalle regole deboli e di certo straviolate, in continua franchigia. Dunque temono che le inchieste delle Procure grazie al mestolone delle scommesse scoperchino una vecchia pentola di loro piena conoscenza. E se fosse così, qualcuno, e non necessariamente Adriano Celentano alla Domenica Sportiva…, potrebbe domandare urbi et orbi dove fossero i nostri eroi del settore, da me parzialmente ma puntigliosamente su elencati, mentre il calcio puzzava d’altro marcendo. Il super-Procuratore della Federcalcio, l’ormai preclaro Stefano Palazzi, ci sta dando dentro con la sua inchiesta sportiva e i relativi interrogatori.

    Ne sapremo presto qualcosa. Ma non vi sembra che uno scandalo che potrebbe dissestare il pallone in profondità meriterebbe un poco più di attenzione? Forse stanno tutti studiando come insabbiare, aiutati dal fatto che la sfida Milan-Juventus, l’immersione fantasmagorica nella Champions, il livellamento verso il basso foriero di incertezza delle altre cinque/sei squadre successive in classifica ecc., possa facilmente distrarci. Dopo averne scritto per una manciata di lustri, mi assumo la responsabilità della affermazione seguente: lo scandalo di “Calciopoli” in confronto a questo è nulla o quasi, è semplicemente la fotografia scattata male del calcio descritto all’inizio di questo articolo, con sfumature alte e basse. “Scommettopoli” lede alla radice tutta la pianta del campionato, anche toccando coloro che non c’entrano perché sicuramente ce ne sono, rendendola deforme e destinata a morire, o a sopravvivere in condizioni penose. Così stando le cose, vi segnalo il tuffo appassionato di Vucinic, sabato sera, nell’area del Catania per rimediare un rigore che manca alla Juve da un pezzo (ma c’aveva già pensato Chiellini a riscuotere…): un carpiato a gambe unite che andrebbe mostrato nelle scuole calcio per insegnare che imbrogliare non va bene (non c’è l’ho con il montenegrino, gran mezzo marinaio, ho preso lui come sineddoche). Certo, in confronto alle scommesse presumo che Napolitano possa riceverlo in futuro al Quirinale…

    Postato da Redazione
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