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    08
    feb.
    2012

    Libano. Viaggio tra le mine e l’odore di morte

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    di Elsa Toppi

    La mattina, di buon ora, siamo di nuovo in cammino. Un passo per volta. Sempre attenti a dove metto i piedi e sempre a caccia di cluster, le terribili mine antiuomo che in questo sud del mondo sono di casa. Gli israeliani hanno fornito le mappe dei campi minati, la cui posa risale agli anni Ottanta. Ma negli anni, con l’acqua, il fango e i movimenti della terra, le mine si spostano o affiorano. L’attività di sminamento, dunque, non è facile. Un lavoro complesso e lungo, nel quale gli italiani sono tra i più esperti al mondo. Ma si sa in tempo di guerra le contraddizioni, anche le più dolorose, salgono a galla come i cadaveri dei tanti che mettono il piede in fallo e dicono addio ad una vita di stenti. E allora l’Italia si fa specchio di due eccellenze che fanno a pugni: l’attività di sminamento e la produzione degli stessi strumenti di morte. Basta pensare che l’Italia fino a qualche anno fa è stata tra i maggiori costruttori mondiali di mine.

    CONTRADDIZIONI ITALIANE – Le antiuomo Valmara 69 e la Sb-33, così come le micidiali anticarro Tc6 sono frutto del Made in Italy. Poi con il trattato di Ottawa la musica è cambiata, almeno in parte. Anche se la produzione è ferma moltissimi di questi ordigni sono ancora  attivi in diversi paesi del pianeta. Una maledizione. Il tipo di mina che si trova lungo la ‘blue line’ è la israeliana del tipo 4. Sul mercato costa pochi spiccioli, poco più di un pacchetto di sigarette. Provvista di un dispositivo di accensione metallico, contiene circa duecento grammi di esplosivo. Basta una pressione di un corpo di otto chili, praticamente il peso di un bambino, a farla entrare in azione.

    GENIO GUASTATORI – Attualmente nella zona di Ramya opera un team di sedici uomini dell’XI° Reggimento Genio guastatori impegnati nella missione Leonte XI. Cominciano la giornata con una verifica strumentale del terreno nelle aree definite sospette. E via così fino ad arrivare al campo minato. Là dove la presenza delle mine è certa scavano venti centimetri di terreno. Tutte le mattine piegati sulle ginocchia per ore, appesantiti da una tuta protettiva di tredici chili, lavorano con intervalli di quaranta minuti. Una volta individuato l’ordigno lo fanno brillare sul posto. Finora ne hanno trovati dieci. L’ultima il 5 gennaio di quest’anno. A fermarli solo la pioggia. «Il giorno del ritrovamento della prima mina il comandante ha offerto da bere a tutti» racconta il geniere Antonio Cortellin , 28 anni. E quando gli chiedi se ha mai avuto un attimo di esitazione o di paura ti guarda come fossi un marziano.

    LA PAURA – La parola “paura” non è contemplata nel glossario dei guastatori minex. L’esempio vivente è seduto poco distante da lui. Si chiama Nicola Sgherzi e qualche missione in più sulle spalle. Sgherzi è nell’esercito dal ’76. Medaglia d’argento al valor militare e Cavaliere della Repubblica. In Bosnia nel ‘96 appena ha saputo che una signora era saltata su una mina non ci ha pensato un minuto. Ha raggiunto la donna ripercorrendo i suoi stessi passi, facendo attenzione a quelle orme che per la vittima sono stati fatali e che per lui invece possono essere l’unica via sicura. L’ha raggiunta evitando altri incidenti, l’ha presa in spalla e l’ha portata in salvo. Ma guai a dirgli che è un eroe. «Ho fatto solo il mio lavoro» ti risponde. Poi cosa spinga questi soldati a scegliere di venire qui tutte le mattine te lo spiegano in una parola. “Passione”. Qualcuno dica loro che stanno contribuendo a fare un pezzo di storia oltre che un pezzo di strada franca: demarcare quello che potrebbe diventare il nuovo confine tra Libano e Israele.

    Postato da Redazione
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