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    26
    mar.
    2012

    Come si fa a parlare di poesia mentre infuria la “guerra” sull’art.18, la riforma del lavoro, la faglia politica nel PD?

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    Scriveva Bertold Brecht, uno che con la poesia e la politica ci sapeva fare: ” Viviamo in tempi oscuri in cui parlare di alberi può sembrare quasi un delitto perché rischia di nascondere tante altre iniquità”. Ma credo si debba continuare a parlare di alberi, e nel caso di poesia anche mentre infuria una “guerra” economica, sociale e politica sulla riforma del lavoro addirittura “nascosta” dal peso dell’art.18.

    Per poter parlare di poesia devo sgombrare ulteriormente il terreno da equivoci: per mille motivi, nazionali e internazionali, il mercato del lavoro in Italia va riformato. Il punto è come, perché, quindi per ottenere che cosa, e con quale tempistica. Che si sia arrivati a questo punto disastroso per un insieme di correità politiche, sindacali, imprenditoriali, finanziarie, bancarie ecc. è pacifico. E nessuno può pensare di smontarle con la bacchetta magica. Ma insomma, pensare prima alle fasce deboli è indispensabile, e non mi pare sia accaduto per esempio nel caso delle pensioni. “Si voleva dare un segnale ai mercati”, è il mantra più accreditato sulla materia.

    Ed è lo stesso genere di mantra ripetuto per la riforma del lavoro e in primis per quella dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, oggi in vigore domani pare di no: ma se si intende per “mercati” anche quelli rionali, di frutta e verdura, cioè la carne e il sangue delle persone, e non solo quelli delle Borse a colpi di “Spread”, “debito sovrano”, titoli di Stato ecc., il panorama è devastato. Nelle fasce più povere non c’è un euro, e le famiglie sono stra-indebitate. Chi si fida che in una simile situazione si remi tutti dalla stessa parte, sulla stessa barca, e i nostromi non buttino a mare invece la “zavorra” umana che impedisce alla barca di navigare più velocemente ? Il rischio “licenziabilità” mascherato in qualunque modo così da ricadere sui giudici del lavoro (sapendo in che condizioni giace la “macchina” italiana della giustizia) è esattamente questo: come non immaginare che avendo procrastinato l’età pensionabile non si avvii anche un processo di “smaltimento” di lavoratori anziani e costosi, oppure sindacalizzati, oppure semplicemente “scomodi” da qualunque punto di vista (quello penale è tutt’altra cosa)?

    Vedete, basta osservare le reazioni: se ti dicono “vigileremo sugli abusi”, oppure si confondono nella nebbia i destini dei dipendenti pubblici che invece non rientrano (non rientrerebbero?) nella “licenziabilità per motivi economici” contrariamente a quelli privati (creando dunque le premesse per un odio sociale già molto palpabile, in una fase di questa guerra tra “poveri” in cui si mischiano diritti & doveri, equità & privilegi ecc.), già l’insieme non emana un buon odore. Quindi riformate pure tutto, ma non così, non favorendo quello che a essere “positivi” in mancanza d’altro voglio ancora chiamare un “equivoco da emergenza” sull’orlo del baratro. Non vorrei passare dalla padella della politica inetta e truffaldina del Pre-Monti (occhio, la prima è una P…) alla brace di una battaglia campale in salsa greca o simil-greca…Non credo che nessun governo, tecnico oppure no, possa permetterselo.

    E mi posso dunque permettere io  brechtianamente di parlare di poesia in una situazione così grave? Credo di sì, per inspirare un po’ d’aria migliore e per ricollegarla al discorso più generale sul mondo che abbiamo sotto gli occhi. Due giorni fa, a 92 anni appena compiuti, mentre entrava la primavera col suo rigoglioso equinozio usciva dal secolo Tonino Guerra, poeta, scrittore, sceneggiatore che con i film di Antognoni e Fellini (per dirne solo due…) ha contribuito alla storia del XX secolo. Se ne è andato con tempestività assolutamente poetica in quella che era la “giornata mondiale della poesia”. Ebbene, sulle prime pagine dei giornali qualcuno si è ricordato di metterlo con evidenza, qualche altro in piccolo, molti per nulla.

    Non hanno “preso il buco”, come si dice in gergo. Semplicemente per loro non era una notizia che meritasse il proscenio. Che ce ne frega a noi di un poeta? Ma c’è stato anche chi –ed è questo a mio avviso che dà la misura del nostro precipizio, in cui finisce culturalmente un po’ tutto- lo ha citato macroscopicamente soprattutto per essere stato il testimonial di alcuni spot anni fa, quando aveva difficoltà economiche e non riusciva più a lavorare. Baggianate come “l’età dell’ottimismo” per vendere qualcosa, una campagna che fossi stato in lui potendo mi sarei risparmiato.

    Ma che sia stato ricordato così per “ammiccare” al grande pubblico
    mi è parso un segno di volgarità intellettuale e un messaggio di resa della poesia alla stolida comunicazione, nonché per me personalmente un “dolore”, il completamento di quella mancanza di rispetto che in parte lo stesso Guerra si era riservato mettendosi all’incanto. Magari perché non c’era una legge Bacchelli che lo garantisse. Un Paese che non rispetti i suoi bimbi, i suoi vecchi e i suoi fiumi non è un Paese civile, recita un assioma di cui ignoro l’autore. Aggiungiamoci anche i poeti.

    Postato da Redazione
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