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    28
    mar.
    2012

    Il fantasma della libertà

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    antonio_tabucchi

    I “coccodrilli” che la carta stampata ha dedicato ad Antonio Tabucchi hanno preso sostanzialmente tre corsi d’acqua. Il primo

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    è stato quello della sua utilizzazione a tesi, in base allo schieramento politico: ne aveva dette e scritte di tutti i colori su Berlusconi e soci, quindi anche la simpatica tradizione spesso ipocrita del “parce sepulto” si è dimidiata, o di qua o di là. Lo scomparso tirato per la giacchetta alla memoria. Il che ha però avuto almeno il merito di lasciarlo intellettualmente insepolto ad horas. Per un giorno o poco più sono stati costretti a farci tenere compagnia da lui, uno dei pochi scrittori italiani contemporanei che non fa sorridere definire così. Il secondo genere di “coccodrilli”, alias i necrologi per le persone importanti, ha preso la via del riconoscimento postumo. A leggere qua e là pareva che i giornali di sinistra o sedicenti tali avessero fatto a gara per pubblicarne in vita gli editoriali impregnati di anti-berlusconismo, oppure che quelli di destra l’avessero continuamente coinvolto nel dibattito pubblico su regime sì-regime no nella “dialettica democratica” (ma dove, ma quando?). Basta davvero poco, scrostando l’epicedio e il suo contrario, per realizzare che quasi nessuno pubblicava quasi nulla anche perché Antonio non faceva sconti a priori, e che d’altronde meno si parlava di Tabucchi più erano contenti. Il “parce sepulto” l’avevano bell’e preparato da vivo. È il solito sistema: ci si autoassolve da una serqua di carognate riservate al defunto aspergendone la figura di incenso, addirittura al contrario: “Todos caballeros”, davvero… Tralascio poi le cadute di stile nel riempire i ricordi di Antonio “Pereira” di autobiografismi troppo spesso minori, metodo che trasforma immedicabilmente il montaliano “ossi di seppia” in un grottesco “ossi di sé”. Il terzo fiume per “coccodrilli” è stato a mio avviso di gran lunga il più interessante e meno decifrato, probabilmente perché più profondo e più lungo da navigare. Dico del “fantasma della libertà”, dell’accentuata natura libertaria di Tabucchi espressa in ogni circostanza. Lo scrittore tra Pisa e Lisbona si è riservato uno straordinario lusso, rarissimo e pagato a caro prezzo. Quello di cui parla un fenomeno della penna di cent’anni fa come Mark Twain in un brano intitolato “Il privilegio della fossa” da lui lasciato obbligatoriamente postumo. Cito appena: ”Un privilegio di cui nessuna persona vivente gode: la libertà di parola. Chi è in vita non è del tutto privo, a rigore, di un tale privilegio, ma dato che lo possiede solo come vuota formalità e sa di non poterne fare uso, non possiamo considerarlo un effettivo possesso. In quanto privilegio attivo, è simile al privilegio di poter commettere un omicidio: si può esercitarlo se si è disposti a sopportarne le conseguenze. L’omicidio è proibito sia formalmente che di fatto, la libertà di parola è formalmente permessa, ma di fatto proibita…”. C’è tutto Tabucchi appunto, in una società che sembra aver paura, non dirò di scrivere o di parlare, ma addirittura e sempre di più di pensare. Prima o poi a forza di frequentare telefonini e display, sulla nostra fronte ci sarà la possibilità di leggere che cosa stiamo pensando: quello sarà il momento in cui paventeremo che si possa individuare il nostro pensiero, rischiosissimo se reca ancora tracce di libertà, autonomia, indipendenza, “gratuità”. Sul volto, nelle parole, nello sguardo di Tabucchi (ma sì, l’ho incontrato fuggevolmente persino io…) c’era questo fantasma che non dovrebbe essere un lusso e invece è un privilegio di cui nessuno o quasi si fregia. Un desiderio di libertà comunque presente, sulla via di avvicinamento o allontanamento da un’idea di libertà comunque relativa. Te la puoi guadagnare solo da te, a costi altissimi, cangianti di volta in volta: per esempio, che cosa posso e non posso scrivere qui? Ed è un problema che mi debbo porre io o il direttore del giornale? Antonio aveva risolto il dubbio…

    Postato da Redazione
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    freeskipper .
    11/04/2012 alle 12:30
    L'Italia siamo noi, non lo spread e le borse! Dopo le vacanze pasquali la borsa di Milano, maglia nera d'Europa trascinata giù dal tracollo dei bancari, ha chiuso con -4,98%, mentre lo spread dei Btp italiani tornato per la prima volta in due mesi sopra i 400 punti base, fra paure di un effetto contagio da Madrid e timori per le aste di questa settimana. Per le borse d'Europa è un tracollo, fra nuove paure per la crisi del debito e occupazione al palo negli Usa. Occhi puntati quindi sull'Italia, dopo l'asta spagnola non esaltante della scorsa settimana. Il Tesoro offre 11 miliardi di Bot a tre mesi e un anno e mette all’asta i Btp, in particolare il tre anni marzo 2015 che ieri offriva il 3,909% contro il 2,76% risultato all'asta del mese scorso: un rialzo che, se confermato oggi, indicherebbe una spiacevole inversione di tendenza. A testimonianza del fatto che una politica dettata solo dai mercati ed immolata unicamente allo spread ha le gambe corte e non porta lontano! L’Italia dovrebbe pensare più a se stessa che all’Europa! Credere di più in ciò che le riesce meglio, senza scimmiottare quello che gli altri già fanno altrove e meglio di noi! Siamo il paese più bello del mondo con le nostre attrattive naturali e paesaggistiche. Siamo la culla della civiltà, della storia e della cultura. Siamo la patria dell’arte, della creatività e dell’ingegno a trecentosessanta gradi. Non siamo soltanto il Paese dei farabutti e dei corrotti! All’estero ci vedono ancora come l’Italia dell’artigianato di qualità, del manifatturiero di pregio, del design, dell’ottima tavola, del vino e dell’olio buono, del turismo, della cultura e del saper vivere. Insomma, oltre confine ancora credono in questa Italia. Il problema e che noi italiani abbiamo smesso di crederci! Ma siamo ancora l’Italia del lavoro ben fatto, del buon gusto, del genio, dell'estro, della creatività, del mangiare bene e del vivere sano. Adesso dobbiamo solo tornare a crederci. Adesso è il momento di rimboccarci le maniche. Unirci in un solo intento per il raggiungimento di un unico scopo: tornare ad essere grandi nel mondo! Ma per riappropriarci del ruolo che storicamente ci compete sulla scena internazionale - che non è della comparsa, ma da protagonista - occorre una classe dirigente sana e capace. Serve a tutti i costi rimettere in moto la produttività, ridare linfa vitale alle piccole e medie aziende, ricollocare al centro della vita politica e sociale del paese la famiglia italiana, il lavoro ed il bene comune. Solo così potremmo farcela. Solo così potremmo finalmente uscire dalle sabbie mobili dei mercati e delle borse!
    Redazione .
    29/03/2012 alle 17:52
    Riceviamo & pubblichiamo il commento di Cinzia: ----------------------------- Gent. Oliviero Beha l'esilio di Tabucchi racconta bene la trascuratezza del nostro tempo verso la cultura vera, sia quella che si esprime nelle varie espressioni artistiche, sia quella specie particolare che trasforma il sapere in pratica di vita. Siamo usciti dalle caverne grazie alla capacità acquisita di disciplinare il mondo istintuale, proiettando la sua energia verso scopi più alti della soddisfazione immediata ed inconscia di qualche istinto. Purtroppo attualmente assistiamo impotenti alla recrudescenza di questa energia psichica primitiva e questo accade con regolare scadenza, quando la cultura sia mercificata, depotenziata e sottomessa al potere. Cinzia

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