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    14
    apr.
    2012

    Art.18 e intercettazioni, due formidabili tabù sul tavolo di lavoro e giustizia: chi ciurla nel manico?

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    Mario Monti

    E’ difficile negare che oggi, sia pure a differente intensità, siano due i tabù in circolazione, a proposito della riforma del mercato del lavoro e della giustizia: due temi caldi, caldissimi come l’art.18 a proposito dei licenziamenti e le intercettazioni richieste da parte della magistratura. Parliamone, in un momento di crisi acutissima di tutto il sistema-Paese, che investe i suoi vertici e la sua base, la politica politicante ed esercente, l’identità, la funzione e la trasparenza dei partiti ecc. Parliamone perché, in questo panorama di disperazione, lavoro & giustizia si mischiano per forza, in senso stretto per i giudici chiamati a sentenziare appunto sull’ applicazione di un art.18 rivisitato tra le polemiche, e in senso lato perché la legge dovrebbe costituire un bastione non sospetto in tempi così bui. Parliamone mentre si sfalda la “casta”, con i Lusi e i Penati e i pezzi di Lega sulla scia che sono non la retroguardia ma l’avanguardia di uno scandalo collettivo (così si placano anche quelli che qui, senza aver letto nulla di ciò che scrivo, continuano a eccepire “ma allora lui?” oppure “e gli altri?” difendendo in un conato tifoso l’indifendibile generale,ripeto generale…). Partiamo dall’art.18.

    Se l’amministratore delegato di Ikea Italia, Lard Petersson, annuncia che i mobili la multinazionale svedese non li farà fare più in Oriente bensì in Italia, la notizia fa gongolare e si sprecano i commenti positivi. E’ un’iniezione di fiducia per mercati asfittici. Ma se dice testualmente: “Per Ikea non è un problema l’art.18, ma l’incertezza dei tempi della burocrazia e della politica”, nessuno si assume l’onere di trarne le conseguenze, né il governo, né i partiti (salvo il versante extraparlamentare della sinistra o l’ IDV), né Confindustria. Concordano con Petersson ovviamente e intermittentemente i sindacati. Come non pensare che toccare di questi tempi l’art.18 usandolo come tabù da smontare faccia molto più danno di quel che non farebbe una riforma del mercato del lavoro che tralasciasse il contendere su questo articolo dello Statuto dei lavoratori? Perché delle due l’una: o è un articolo decisivo, e allora non si spiega come mai un manager come quello dell’Ikea ne parli così, e invece la faccenda andrebbe indagata molto più a fondo per capire se quando se ne discute tutti stanno davvero parlando della stessa cosa oppure è una sorta di “gioco del telefono”; oppure l’art.18 è una cazzatella subalterna al discorso complessivo, e allora vorrei sapere che significa il muro di Confindustria e di tutta la politica, più o meno allineata nel voler abbattere questo totem (nel caso) di second’ordine. Da questo equivoco voluto discendono una serie di questioni, compresa quella delicatissima degli “esodati” (cfr. la manifestazione di oggi a Roma), che non possono essere lasciate in penombra. Ma sembra che tutti o quasi strumentalizzino questo art.18 a spese dei lavoratori, per negoziare potere e basta. Mi rifaccio alle parole di Lard Petersson e mi fido di lui: i suoi, di Ikea intendo, sono soldi veri per investimenti preziosi, e non ci vedo traccia di speculazione, contrariamente alle parole e alle azioni di tutti gli altri.

    Anche la questione intercettazioni non serve a tutelare la privacy dei cittadini, come comunemente si sente dire, bensì a difendere gli “arcana imperii”, le nefandezze occulte del potere. Per carità, certamente il mercato del lavoro così come è in Italia non va. E neppure va una giustizia sottodimensionata, impoverita e messa in condizioni di “non nuocere”, attraversata da lotte intestine politiche e subpolitiche, promiscua con i partiti ecc. Una giustizia bacchettata in Europa per ritardi e inefficienze. Ma come non ripartirà il lavoro manomettendo l’art.18, così non si metterà a correre o anche solo ad avanzare appena meglio invece che a gambero una giustizia cui si rivedano le intercettazioni, lo strumento principe di questi anni per raggiungere verità fattuali e verità giudiziarie (che almeno ogni tanto fortunatamente collimano). Quindi non ci facciamo fregare, diciamo no con coerenza a questi cambiamenti anche se ce li spacciano come innovazioni sulla via del progresso, come rilancio del lavoro, come miglioria di garanzie per la libertà individuale. Ma quale, ma quando? Di tutto ciò, temo, non frega niente a tutti coloro che dispongono anche solo di uno straccio di potere. Ad essi il sistema-Paese nella realtà sta bene così.

    Postato da Redazione
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    http://freeskipper.blogspot.com .
    16/04/2012 alle 08:45
    Il sommerso del Belpaese equivale ai Pil di Finlandia (177 miliardi), Portogallo (162 miliardi), Romania (117 miliardi) e Ungheria (102 miliardi) messi insieme! E ‘loro’ (tecnici+politici) cosa fanno? Dopo aver studiato per una vita ed insegnato nelle più prestigiose università, dopo aver preso il posto dei ‘politici di mestiere’ grazie al ‘tocco quirinalizio’ non trovano nulla di meglio che aumentare il costo della benzina, mandarci in pensione a settant’anni, dare mano libera ai licenziamenti, tagliare i salari, congelare le pensioni, tassare la prima e tartassare la seconda casa al mare che la “gente-per-bene” di questo paese, sempre più strano ed iniquo, è riuscita a realizzare dopo anni ed anni di sacrifici, privazioni e rinunce! Ma, almeno, il salasso dei professori servisse a qualcosa. Magari ad uscire dalla crisi o ad ottenere, in cambio, dei servizi più efficienti! Macchè! Paghiamo, punto e basta! Sappiamo tutti in quali condizioni pietose versano ospedali, scuole, tribunali, trasporti ed infrastrutture! Sappiamo tutti di essere, comunque, in piena recessione!!! Ma allora perché continuate a spremerci!? Cari Professori, illustri cattedratici, tassate ciò che da reddito. Tassate i grandi patrimoni. Andate a prendere i soldi da chi ne ha così tanti, ma così tanti che in Italia non sa più dove metterli, tanto da trasferirli nei paradisi fiscali! Prendete i soldi da chi ne ha così tanti, ma così tanti che si vergogna persino a denunciarli! Lasciate in pace “i soliti noti”, con la prima casa e la casetta sfitta al mare dove la famiglia italiana, che non può permettersi le ‘vostre’ villeggiature, porta i bambini quando le scuole chiudono! Queste case non danno reddito, anzi, creano lavoro e occupazione per mantenerle efficienti e funzionali. Tra l’altro sono già pesantemente tassate nelle utenze di luce, gas, acqua, telefono, riscaldamento, immondizia, condominio e quant’altro! Cari professori, cari tecnici, se per farci uscire dalla crisi - nella quale peraltro siamo ancora immersi fino al collo - se per farci restare in Europa - che peraltro non è mai stata dei cittadini, ma delle banche - vi hanno conferito il mandato di uccidere la famiglia italiana, bè, almeno in questo, siete riusciti come nessun altro avrebbe mai potuto e saputo fare!

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