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    11
    apr.
    2012

    I partiti trasparenti

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    E dunque il pastrocchio giudiziario della Lega, più o meno condito di “orgoglio padano”, fa da propellente alla resipiscenza dei partiti: ABC, Alfano, Bersani e Casini, si sarebbero messi di buzzo buono per modificare la solfa legislativa dei “rimborsi elettorali” che ha trasformato la politica italiana dal “Palazzo” di Pasolini a quello di Paperon de’ Paperoni. A inciderlo sul marmo bastano quattro soldi di conti, in aggiunta ai penosi (per noi) confronti con il finanziamento della politica negli altri Paesi. Come noti credo siano i vantaggi fiscali per i finanziatori privati dei partiti, sufficienti a “invogliare” la crema della società imprenditoriale e finanziaria nostrana all’investimento nella politica, che poi di solito più o meno generosamente mostra gratitudine verso i donatori, nel mostruoso intreccio che ci sta soffocando da troppo tempo.

    Ma qualche piccola nota a margine su questa urgenza “ambulatoriale” di riforma miliardaria forse va fatta. Se i tre partiti maggiori sentono la impellente necessità, autentica o simulata, di “rivisitare” i rimborsi elettorali tanto da negoziare la cosa per risorgere a Pasqua, non può essere per un’illuminazione sulla via di Damasco. L’avrebbero fatto prima, perché lo scandalo (in senso biblico, certo…) va avanti da quasi tre lustri in tappe da “lascia o raddoppia?” che ovviamente hanno considerato solo la seconda ipotesi. La fretta ha origini precise, in un’accelerazione avviata dallo scandalo (non in senso biblico) di Lusi e poi da quest’ultimo del “cerchio magico” leghista (niente di biblico neppure qui): con la crisi che c’è in giro e che quotidianamente tocchiamo con mano, “questa” politica e “questi” partiti ricoperti d’oro non possono più quasi mostrare la faccia.

    Non è un caso che il più avvertito e il più “navigato” giudiziariamente tra i leader in circolazione, cioè Di Pietro, punti a un referendum “piazza pulita”, comunque vada di sicuro appeal elettorale. Fiuta bene, e fiuta per primo. E nessun partito oggi può garantire davvero la legalità dei comportamenti dei propri “tesserati”, e – se va bene – i vertici se la cavano o se la caverebbero con un “non c’eravamo accorti di nulla” che ricorda il complementare “non poteva non sapere” di tante peripezie da tribunale di questi anni. Questo per le figure di spicco. Per la base, c’è da domandarsi come mai i “buchi neri” dei partiti vengano sempre e solo scoperti dalla magistratura, e non ci sia di solito nessuno che denunci quello che accade. Possibile che a tutti stia bene passivamente così, e che solamente in casi macroscopici come per Lusi e i leghisti arraffoni i fatti vengano fuori? E che di solito sia qualcuno “licenziato” o qualche altro “emarginato”, o insomma chi non gode più o non è riuscito a godere dei vantaggi del denaro e del potere del partito sia pure nei piani bassi o infimi, a sollevare lo scandalo?

    Se la situazione è arrivata a un punto di non ritorno, e non c’è riforma legislativa, pur indispensabile se reale e non truffaldina, che possa risolvere a breve la questione (mentre il governo supplisce i partiti pur dovendo fare i conti parlamentari e subparlamentari con essi), avanzo una modestissima proposta: anche solo a tempo, per il costume italiano, valida per il periodo necessario a “sfangarla” dietro Monti e C. La mia proposta è la seguente: invertiamo l’onere della prova. Invece che aspettare la magistratura, chiediamo ai partiti di dimostrare la loro innocenza e trasparenza, all’americana. Se non sono in grado di farlo, almeno l’opinione pubblica e i loro stessi militanti sarebbero costretti a sapere chiarissimamente come stanno le cose: magari poi loro stessi in un rigurgito di linearità e normalità – o disperazione – pretenderanno altre persone e altri comportamenti. Scope per tutti, alla leghista, insomma, ma prima e non dopo, per spazzare energicamente ed eventualmente poi anche provare a volare.

    Postato da Redazione
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    anarchico .
    12/04/2012 alle 18:18
    io sono passato alla polenta
    http://freeskipper.blogspot.com .
    12/04/2012 alle 11:29
    Salario amaro e pane salato! Stipendi e pensioni sono ormai fermi da anni ai minimi storici, ben lungi dagli standard europei. Ma questa è storia vecchia. D'altronde in Europa, lo si sa ormai tutti, ci stiamo solo per farci salassare e per pagare i debiti della mala-politica, non certo per essere stipendiati alla pari dei lavoratori tedeschi, francesi e inglesi. Per il resto, però, aumenta tutto, pure il pane! La città italiana dove "il tozzo di pane" è più caro è Milano: minimo 3,9 euro al chilo. Mentre Napoli, con i suoi 1,7 euro, è la città dove 'la pagnotta' costa di meno. Ma ci sono anche dei picchi, come nel caso di Bologna, dove chi vuole del pane 'speciale' - alle olive, alle noci, al sesamo, o magari al tartufo - deve sborsare 6 euro. E' quanto emerge da un'inchiesta di 'Altroconsumo' su 138 punti vendita, tra panetterie e supermercati e ipermercati in dieci grandi città: Bari, Bologna, Genova, Firenze, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma e Torino. Il 90% degli italiani consuma pane tutti i giorni. Per averlo in tavola spendiamo fino a 270 euro l'anno a testa. Alimento di prima necessità, ma sempre più costoso. Differenze notevoli emergono anche da dove lo si acquista. Al supermercato si risparmia. Pur variando ampiamente il prezzo a seconda che si tratti di pane economico o costoso nella grande distribuzione i prezzi sono più abbordabili: 1,96 euro in media al chilo. Dal fornaio, invece, il pane costa in media il 50% in più: 2,95 euro per kg. Ma almeno fosse buono! Non sempre il pane che compriamo è all'altezza del suo costo! Con qualche trucco è possibile imparare a riconoscere un pane di qualità, da uno scadente. Per esempio, il colore ideale della “crosta” dovrebbe essere tra il giallo ocra e il marrone, leggera, croccante e non troppo spessa. La “mollica” deve aderire bene alla crosta, deve essere appena umida, non deve sbriciolarsi, nè essere troppo compatta. In bocca deve essere soffice, leggermente elastica… ma se poi prendiamo una bella manciata di farina di grano duro, un bicchiere d’acqua, un tocco di lievito di birra e ci mettiamo ad impastare e ad infornare in casa, bè allora ne guadagna certamente non solo il palato, ma soprattutto il portafoglio! Ne sanno qualcosa i 'terzopolisti' di Pierferdi che vogliono garantirsi sempre e comunque "la pagnotta" con "la politica dei due forni'!!!

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