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    04
    apr.
    2012

    La fiducia dell’Asia e i timori per il futuro

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    viaggio_monti_cina

    di Francesco Sisci

    Mario Monti in Sud Corea, Giappone e Cina ha presentato se stesso, come nuovo volto dell’Italia. Non c’erano grandi piani, grandi politiche o grandi messaggi in un viaggio evidentemente preparato in tutta fretta e tra mille emergenze italiane. Ma questo è bastato a rasserenare gli animi di questi paesi, già importantissimi per gli acquisti dei buoni del tesoro e forse cruciali in futuro per investimenti diretti che potrebbero agganciare la produzione italiana a quella asiatica. C’è fiducia nelle potenzialità produttive dell’Italia ma perplessità se non completa sfiducia in un dopo-Monti nelle mani dei vecchi partiti. In questo, che è il filo rosso del viaggio del premier italiano, le tre soste hanno avuto ciascuno un valore differente.

    La tappa di Seoul, al vertice della sicurezza nucleare ha ottenuto due scopi: ha riportato l’Italia in un contesto di grandi strategie, e l’incontro con il presidente cinese Hu Jintao ha “preparato” la tappa pechinese di Monti. Dopo c’è stata la sosta in Giappone, paese molto affezionato sentimentalmente all’Italia, terza potenza economica mondiale trascurato per anni dalla nostra diplomazia. Il clou del viaggio però è stato la Cina. Qui due fattori hanno giocato un ruolo, poiché solo 24 ore prima dell’arrivo di Monti a Pechino la visita è diventata “di stato”, cioè ha assunto un’importanza alta per i cinesi.

    Un altro appuntamento utile a Monti è stato la conferenza alla Scuola centrale del partito. Qui 600 fra ministri e direttori generali hanno impegnato il premier su una serie di temi non solo economici ma ideali, come per esempio il signore che ha chiesto se la crisi attuale è una di quelle cicliche del capitalismo, oppure è una crisi del capitalismo di per sé.
    Questi elementi hanno contribuito all’impegno del premier cinese Wen Jiabao nel preparare l’incontro. Wen ha presentato una serie di proposte concrete. È possibile che esse riguardino anche le nostre infrastrutture, da quote di minoranze per esempio in aziende elettriche alla partecipazione alla gestione di porti, la Cosco è già a Napoli e la Hutchison Whampoa a Taranto. Ma proprio qui, per potere realizzare tali investimenti occorre un impegno vero, di lungo termine, della politica italiana. Un porto per funzionare ha bisogno alle spalle di strade, ferrovie ma anche permessi e competenze chiare. Questo in pratica significa impegni di anni a realizzare infrastrutture ma anche a creare facilitazioni reali nella giungla delle competenze incrociate dall’amministrazione nostrana.
    Monti però ha tenuto a sottolineare che il suo è un mandato a termine, tra un anno, o quando sia, lui restituirà tutto il potere ai partiti che oggi con tanta mala voglia glielo hanno concesso.

    La domanda vera di coreani, giapponesi e cinesi è: che faranno i partiti? Torneranno alla baldoria di prima o avranno imparato la lezione? Senza questa prospettiva di lungo termine anche il breve, le riforme pure egregie di Monti, ha poco peso e valore per chi vuole mettere i soldi in Italia in BTp o altro. Poco o molto che Monti abbia fatto o faccia fino alla fine del suo mandato tutto può essere rovesciato domani. Al di là allora della realizzazione dei piani di investimenti, quello che Monti porta dall’Asia, è una domanda di fondo: qual è il futuro dell’Italia.

    Postato da Redazione
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    anarchico .
    04/04/2012 alle 18:12
    è facile capire il futuro dell'italia. Ora perché andiamo avanti? Perché stiamo utilizzando le riserve accumulate dal dopoguerra. Ma finite queste? Ora noi genitori sessantenni stiamo ancora aiutando i nostri figli che magari a 30 anni vivono ancora con noi perché da soli come farebbero? Oppure, se lavorano in proprio, non ce la fanno a sopravvivere senza il nostro aiuto. Ma, dato fondo alle riserve, allora arriverà la vera crisi.

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