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    02
    apr.
    2012

    “L’Aquila esempio dell’Italia malata”: intervista a Oliviero Beha

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    L’AQUILA -  Il giornalista e scrittore Oliviero Beha torna all’Aquila, stavolta non per ricevere un premio (nell’ottobre 2011 è stato uno dei vincitori del premio letterario ‘Laudomia Bonanni’), ma in veste di conduttore della trasmissione ‘Brontolo’ di Rai1 per la diretta da piazza Duomo, centro storico del capoluogo abruzzese terremotato, di fronte al numeroso pubblico aquilano intervenuto e con un collegamento con il ministro per la Coesione territoriale del governo Monti, Fabrizio Barca.

    Abbiamo colto al volo le impressioni del giornalista toscano appena conclusa la trasmissione.

    Oliviero Beha, torna all’Aquila a distanza di pochi mesi. Nulla è cambiato e forse ci può anche stare, ma la realtà di questi tre anni è evidente: la città non riparte.

    Le cose stanno più o meno come sempre. Una città agonizzante, ma non è morta. Prendiamola come una fortuna.

    Si continua con l’esempio dell’Aquila specchio di un’Italia che non va, il famoso specchio del Paese.

    Qui i problemi del Paese sono all’estrema potenza, al cubo. C’è tutto, se si guarda bene: una città d’arte fenomenale che ha lasciato un’impronta importante nella storia, in una regione bellissima, la necessità di aggregare le persone intorno a un centro storico, che è il cuore pulsante di una città, di far sentire tutti partecipi della ricostruzione e della rinascita dell’Aquila. La caratteristica che fa dell’Aquila una città-simbolo dell’Italia è che qui i problemi sei costretto a vederli.

    Ora al governo c’è Mario Monti. Differenze, se ce ne sono secondo lei, con il governo precedente?

    Credo che siano stati recuperati i concetti di presentabilità e di reputazione, massacrati negli ultimi vent’anni non soltanto da Berlusconi, ma dalla politica tutta.

    In questa crisi L’Aquila, secondo lei, fa parte del sud Europa anche economicamente? Oppure può aspirare a qualcosa di più?

    Si potrebbe rispondere parlando di che cos’è oggi l’Italia e di che cosa poteva essere. Negli anni ’50 e ’60, si fosse scelta la via del turismo, non saremmo finiti così in basso. Detto questo, non si deve aver paura di analizzare gli aspetti da Europa del nord e del sud tuttora presenti nel Paese. L’Italia probabilmente è un mix di entrambe, ma non va dimenticato che questa cosa nella geografia e nella storia d’Italia ha pagato.

    Uno sguardo all’amato e odiato pallone. Questa mattina lei è arrivato all’Aquila mentre a Bari venivano effettuati diversi arresti legati alle inchieste sul calcio-scommesse. Fu proprio lei a parlarne e a scriverne per primo nel 1980, pagando anche le conseguenze nell’arco della sua carriera per aver fatto il suo mestiere. Non dovrebbe stupirsi più per ciò che accade, come non si stupì anni fa quando l’Italia ‘rotondolatrica’ usò la ‘discarica’ Luciano Moggi per coprire molti scandali che poi non finirono in Calciopoli.

    Figuriamoci se mi stupisco dopo tutto ciò che è successo. Moggi, che non è certo San Francesco, ma non è questo il punto, è stato usato per ‘ottundere’ la capacità di comprensione della gente. C’è da capire che cos’è il calcio oggi e che cosa veramente rappresenta. Le persone non se ne occupano, anzi, sono disposte a chiudere gli occhi. Se solo si parlasse delle forti speculazioni sia politiche che economiche e anche di malativa organizzata e di come queste poi influiscono sull’abitudine degli italiani a chiudere gli occhi…

    Postato da Redazione
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