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    12
    mag.
    2012

    Behatevi

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    Il culo e lo stivale

    La recensione di Riccardo Bocca al nuovo saggio di Oliviero Beha “Il culo e lo stivale” pubblicata oggi su l'Espresso online. Questa non è una semplice indicazione editoriale. Non voglio comunicare asetticamente che Oliviero Beha, il brontolo di Raitre, ha dedicato parte del suo tempo a scrivere per Chiarelettere un libro titolato “Il culo e lo Stivale”. Piuttosto, voglio sponsorizzare in buona fede un saggio che dovreste al più presto leggere, o perlomeno acquistare e conservare sugli scaffali tra i finti libri di polistirolo. Qualunque sia l’opzione scelta, andrà comunque bene. Perché una volta entrato nelle vostre case, il volume si farà amare grazie a quel misto di indignazione e disincanto illuminista che rende speciali i lavori di Beha: non soltanto sul fronte della carta stampata, ma anche in televisione, dove ogni settimana mostra come in questi tempi grami si possa continuare a essere grandi giornalisti e altrettanto grandi rompiscatole. A riprova di cotanto merito, eccovi – gratis, caspita – uno stralcio dal capitolo “Ginger e Fred sono morti”, dove si parla senza reticenze di tv pubblica: Il «comma 22» dell’informazione È il criterio in base al quale un’opinione pubblica a corto di opinioni magari manifesta contro l’acqua e l’aria inquinata, ma non – o non abbastanza – contro un’informazione inquinata. Anche perché siamo in preda a una rassegnazione avvilita per il fatto che tali manifestazioni contro la stampa asservita non hanno cassa di risonanza nella stampa stessa, che altrimenti non sarebbe così inquinata… È una sorta di «comma 22» applicato a rotative, telecamere e microfoni. Quindi la Rai si offre quale cartina di tornasole del lavoro che produce sul paese, sia come microcosmo lavorativo in assoluto sia come ambiente professionale specifico: è come guardare attentamente in un acquario che non è certo il mare della società italiana, ma insomma può fare da prezioso laboratorio. Intendo per l’insieme anche frastagliato (ma sempre meno) del mondo del lavoro, che sta scomparendo sotto i nostri occhi. Un terziario particolare, certamente, ma che risente del precipizio generale e a sua volta, grazie o per colpa delle sue caratteristiche, accelera la spinta per la scesa. E che cos’è la Rai oggi, figlia di Ginger e Fred, veicolo di consumismo e oggetto di consumo, eden posticcio per gli esterni che vorrebbero entrarvi «professionalmente» a ogni costo? Non va dimenticata una postilla, infatti: la tv, anche se non più solo o in primis necessariamente la Rai, ex azienda di bandiera in via di dissoluzione modello appunto Alitalia, continua a rappresentare fonte di guadagni solitamente più cospicui che altri settori. In più, l’andare in video è la premessa per un processo ormai consolidatissimo, quello della notorietà da clandestinità: non sei nessuno e nessuno ti conosce, ma ti mandano in onda e ti ci lasciano abbastanza perché tu sia conosciuto, per quello straccio di popolarità che una permanenza in tv da soprammobile (cfr. un Marzullo abat-jour) comincia a garantirti, diventi un volto noto sempre più noto, e il gioco è fatto. Si aggiunga che solitamente aiuta molto la precondizione di non dover sapere fare per forza qualcosa, giacché in video nessuno ti misura davvero se non il famigerato e sospettissimo Auditel, che niente ha a che vedere con il gradimento e una professionalità accertata, e il quadro è finito. Anche in questo la tv manda un segnale diserbante alla società italiana: si possono far soldi e carriera senza saper fare assolutamente nulla e il messaggio ti arriva forte e chiaro. Perché un conduttore di programmi lo vedi, e ne ricavi un’attestazione di esistenza, senza che dietro, ormai troppo spesso, ci sia null’altro che spinte esenti da specifiche qualità, anzi. Guai a conduttori pensanti e indipendenti, addirittura recalcitranti al lavoro su commissione, intesa ovviamente come subpolitica e non professionale. Mentre, per restare al binomio esemplificativo, un pilota dell’Alitalia viene da un tirocinio e da paradigmi di misurazione, quali che siano e per abborracciati che siano diventati nella slavina italiana. Questa è ancora la tv oggi per molti, troppi italiani, per quelli che la guardano come per gli avventurosi che la assediano dalla strada, alla Ginger e Fred del 2000, dopo che i loro avi contadini, magari negli anni pionieristici, potevano aver pensato che la scatola magica avesse un’entrata nella parte posteriore del televisore. E attraverso quella «porta» ci si potesse addentrare nel sogno, prima in bianco e nero e poi a colori. Quando la parte di dietro non era ancora ed esclusivamente, ossessivamente, il culo… Che cos’è dunque la Rai degli interni o di coloro che vi hanno a che fare con una certa regolarità? È un’azienda ipertrofica nella quale chi va in pensione per raggiunta anzianità di servizio ancora adesso (siamo agli sgoccioli anagrafici…) fa sospirare: «Un altro dirigente, un altro impiegato, un’altra maestranza che se ne va, uno che sapeva fare il suo lavoro, che ha cominciato quando ancora si imparava, o si entrava per concorso». Con il rovescio della medaglia: «Adesso è saltato tutto, e nessuno sa più fare niente». Massimalismo, iperbole, qualunquismo decadente e decaduto? Non credo, almeno in base alla mia esperienza diretta, che è imparagonabile in peggio con altre da me fatte altrove, pur tutt’altro che edificanti; per esempio nei giornali, o anche in precedenza in qualità di collaboratore periodico di questo stesso colosso di Rodi con i piedi diventati d’argilla e il palazzo rivestito d’amianto. Adesso la Rai è un sistema eco-incompatibile dove funzionano esclusivamente due molle: quella della raccomandazione e quella della burocrazia giudiziaria. Entrambe non hanno nulla a che vedere con la dignità e il merito, voci che forse non dovrebbero essere del tutto remote dal concetto di lavoro. Questo non vuol dire naturalmente che non vi siano persone e figure professionali, in alto come in basso, che abbiano conservato un senso di dignità rispettabile o esprimano un livello qualitativo ragguardevole, qualunque compito

    svolgano. Vuol dire semplicemente che dignità e merito sono valori secondari e a volte, se esibiti e non perfettamente dissimulati, decisamente dannosi per entrare e far carriera alla Rai.

    Se state pensando che è esattamente come altrove, come in qualunque altro ambito lavorativo, be’, state disegnando il profilo di un paese terminale. Finito. Che però non dovrebbe finire. Che può ricominciare, ma deve prima conoscere la natura del suo male invece che giocare a «la cattura del Caimano», alias una sorta di «mosca cieca» (o «Berlusconi cieco») di noi ragazzi, per provare a guarire, in una convalescenza che sarà lunga, certamente generazionale. Vigilando anche sull’opera indispensabile di pronto soccorso del primario Monti, per non essere poi abbandonati in ambulatorio o in corsia…

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    Postato da Redazione
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