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    29
    mag.
    2012

    "Il culo e lo stivale": i peggiori anni della nostra vita

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    Lo stivale è il sinonimo di una Nazione, il culo la quintessenza figurata del suo popolo. Signore e signori, l’Italia e gli italiani nell’anno del Signore duemiladodici, secondo Oliviero Beha: freschi di dittatura pop/soap, bisognosi di affrancatura da Caimano. Per il resto, non temete: culo e stivale sono le uniche metafore di un pamphlet che chiama le cose col loro nome, (de)scrivendole, anzi, fuori dai denti. Il culo (più ancora che lo stivale) è il provocatorio filo rosso per un andirivieni nella storia d’Italia più recente (secondo dopoguerra in avanti), nel tentativo di capire – prima ancora che spiegare – l’inizio della fine dell’ex Belpaese, piombato a peso morto nelle malebolge della condizione attuale, nell’imbuto stretto (nel “cul de sac”) di un presente asfittico e angosciato, la cui via d’uscita si stenta a intravedere.

    Scrive Franco Battiato nella prefazione al volume:

    “Questo libro di Oliviero Beha è uno di quelli che lasciano il segno. Con la freddezza di un chirurgo, fa un’analisi caustica e spietata, prendendo di mira i paradigmi della cultura contemporanea: la politica, la televisione (e la RAI), la pubblicità”.

    Nello spirito di un trattato che è anche un manuale (self-help) di de-berlusconizzazione progressiva, la pars destruens è allargata e feroce quanto basta e si deve (la crisi è collettiva, culturale prima ancora che economica); quella construens afferisce a un processo disalienante (troppi decenni a godere di un benessere da paese dei balocchi, ottusamente irretiti dal miraggio di una felicità da spot tv), sintetizzata ad hoc dalle parole con cui Beha chiude il volume:

    “In tutte le pagine di questo manualetto torna il concetto di “pace incivile” da cui dobbiamo uscire, eliminando alibi che ci hanno trascinato in questa deriva. La responsabilità di ciò che facciamo, e naturalmente diciamo in una stagione che ha svuotato le parole di senso e significato deresponsabilizzandole, e ancor prima pensiamo, è di sicuro una forma di “essenzialità”. Esattamente ciò che dovrebbe farci da bussola oltre la “necessarietà”, se intendiamo cambiare e non continuare a precipitare”.

    In ultima analisi e con parole mie, “Il culo e lo stivale” (Chiarelettere, 2012) è il sasso ennesimo scagliato dal più “anarchico” dei giornalisti italiani, nello stagno della miopia e dell’acquiescenza generalizzate. Un saggio provocatorio e intelligente, al tempo in cui la provocazione è diventata sì specchio del Paese, solo che sterile, volgare, fine a se stessa, deprivata di senso. Questo libro è il contraltare a tutto ciò.

    Recensione di Mario Bonanno

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    Postato da Redazione
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