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    16
    mag.
    2012

    Il libro dello spread

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    delpiero_salone_torino

    Dopo la Grecia, madre e a quanto pare prossima becchina della democrazia, sulla zattera della Medusa ci siamo noi. In un frangente così grave, possiamo imbarcare libri sulla zattera-Italia? Parafrasando almeno a senso il Brecht del “come si fa a parlare di alberi in tempo di guerra”? Credo di sì, specie all’indomani del 25° Salone del libro di Torino, recensito egregiamente ieri qui nella sua dimensione ministeriale da Silvia Truzzi. Ed è vero, Ornaghi, Fornero, Cancellieri ecc. hanno trovato una passerella acconcia e maledettamente “sobria” dopo i triclini berlusconiani, di un Silvio che pure – non va dimenticato – trafficava con preziose prefazioni ad Erasmo da Rotterdam, conquistato dall’equivoco di “dottore o seduttor deggio appellarti ?”. S’è visto come è andata…

    E il Salone snocciola cifre gratificanti: più 4,1 % in confronto al 2011, un record di scuole sciamanti (a loro insaputa?) che hanno ingrossato l’afflusso, circa 318 mila biglietti staccati. Numeri da raduno degli alpini a Bolzano, o da “Juve pride” proprio domenica a un tiro o due di schioppo, a Torino. Eccepite che sono eventi incomunicanti? Può darsi. Ma l’incontro più gremito è stato quello con Del Piero, il cui libro guida la classifica della saggistica. Dunque tutto si tiene e si mischia, e il discorso invece che a compartimenti stagni si può affrontare nell’insieme. Il successo del Salone, addirittura insperato al tempo della Medusa, è una buona cosa, specie oggi che i soldi pubblici si sono rarefatti e la cultura è considerato un lusso intollerabile? Direi di sì, è una buona cosa. E’ un evento culturale un Salone siffatto? Parrebbe di sì, i libri sono cultura, non è vero? Tutti i libri? Forse no. E la scala dei valori è culturale, cioè ci sono parametri e paradigmi riconoscibili per “pesare” la qualità e lo spessore dei libri, oppure in realtà il problema è venderli esattamente come qualunque altra merce, che sia un formaggio o un foulard? Qui il discorso è un po’ più complicato, ma anche molto più interessante.

    Una kermesse come il Salone è un gigantesco bancone di esposizione, una luccicante Porta Portese editoriale o anche o soprattutto un propellente di idee e di scelte? E il modo mediatico di proporlo risponde al primo o al secondo criterio? Al primo, al primo… Lo so, si torna a basculare tra cultura alta e cultura bassa, prodotto e servizio ecc. Ma in un Paese che è retrocesso culturalmente e intellettualmente (i due avverbi non coincidono necessariamente almeno in superficie…) verso una commovente barbarie, sono tutte questioni che dovrebbero essere tenute in grande considerazione. Tutto l’ambaradan non sembra invece essere troppo solleticato dal lusso critico di un ragionamento: contano i numeri, e una catena di produzione e distribuzione che funziona per i libri all’incirca come per qualunque altro bene. Qui casca l’asino: se questa catena vale per i libri come per tutto, dal salame all’ipad, la funzione del libro che indaga su questo processo viene polverizzata, e il prodotto divora qualunque buona intenzione dell’autore o dell’editore. Niente di nuovo sotto il sole, obietterete, se non un’esasperazione del meccanismo ben noto.

    Calma. Avreste ragione se non fossimo appunto tra i marosi dei mercati sulla zattera della Medusa su cui abbiamo imbarcato il libro dello spread all’inizio di questo articolo: quando, se non ora, è il momento di mettere in discussione tutto il modo di produzione che ci ha ridotto in questo stato (Stato)? Per evitare che Monti e il governo su esemplificato in passerella editorial-sabauda si limitino – ammesso che ci riescano – a tappare una falla dell’esistente che affonda, ed invece favorire un riesame del sistema alla radice, ci vuole un libro, alla lettera e figurato. Ma se il libro è (cfr. Torino) una merce come un’altra, il cane si morde la coda. E il nostro spread culturale cresce. E Del Piero è assolutamente innocente…

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    Postato da Redazione
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