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    13
    mag.
    2012

    La "deberlusconizzazione" secondo Oliviero Beha

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    Il culo e lo stivale, il nuovo saggio di Oliviero Beha in libreria

    Il Messaggero.it / E' in libreria Il culo e lo stivale, il nuovo libro del giornalista Oliviero Beha (prefazione di Franco Battiato, Chiarelettere, 176 pag, 12 euro). Un titolo provocatorio, maneppure troppo. Un “manuale di deberlusconizzazione” che per l'autore riguarda un po' tutti, compresi i sedicenti avversari del Caimano e quella porzione ampia di italiani che gli ha votato contro “comportandosi come lui”.

    Pubblichiamo l'ultimo capitolo:
    All’entrata di molti paesi italiani c’è la scritta «Comune denuclearizzato». Nel giugno del 2011 c’è stato un referendum sulla materia, in cui una maggioranza schiacciante ha ribadito il suo no dopo quello analogo pronunciato nel 1987. La tragedia di Fukushima, le paure, una sensibilità cresciuta anche nelle contraddizioni, spunti per la cosiddetta «decrescita felice» sul pianeta consumato… Nulla è certo e irreversibile, ma per ora fortunatamente è così. Mi piacerebbe poter scrivere che anche sulla soglia dell’Italia campeggia la dizione «paese deberlusconizzato», giacché il Nostro (il Loro) non è più al governo, ma non è vero. Non tanto e non solo in politica, e in superficie, ma purtroppo in profondità.

    Questo è ancora un paese all’insegna del berlusconismo, come stile di vita e scala di valori o disvalori. Lo è nella sua classe dirigente, nel potere e nei poteri sparsi, nascosti ed esibiti, privi di autorità e autorevolezza, sotto l’egida di un signore che si chiama Silvio Berlusconi o sotto quella di coloro che ufficialmente gli sono avversari. Lo è nel popolo senza morale né etica, senza educazione né consapevolezza, in un contesto di illegalità diffusa e accettata quasi universalmente, in una corsa a imitare modelli di denaro e successo che sottoposti a verifica si sbriciolerebbero immediatamente: solo che non vengono sottoposti ad alcuna verifica… Chi dovrebbe farlo? Forse chi custodisce anche solo un’ombra di nostalgia per un’Italia migliore, certamente più povera ma non più misera di quella di oggi schiaffeggiata dalla crisi economica. Per non andare troppo lontano, l’Italia «costituente». Si obietta che anche allora i padri della Costituzione erano in realtà «stranieri», cioè estranei al costume italiano più autentico e negativo come ce lo consegna la storia, una specie di «errore» subito reingoiato geneticamente dal nostro carattere «sbagliato», dominante e non recessivo. Può essere, anche se sono valutazioni destinate a reggere solo fino a un momento prima delle loro smentite da parte di fatti e persone, e non credo proprio ci sia in giro chi ha il monopolio della certezza del giudizio. Non c’è quella del diritto, figuriamoci…

    È però vero che anche oggi, in questo paese tuttavia berlusconizzato, non siamo tutti così, c’è una parte di italiani (minima, infinitesimale o in crescita, per raggiunti livelli di saturazione o disperazione) che è «straniera» come allora, estranea a questo andazzo di culo nello Stivale che ci circonda e ci assedia. Quanti siamo? Centomila, mezzo milione, un milione? E chi ci conta, e come, e dove? Andando ancora montalianamente per esclusione («Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…»), siamo quelli che non si riconoscono in una società sempre più stupida, più ignorante, più violenta, più barbara o imbarbarita. Forse siamo quelli che non credono che «gli italiani siano così per forza, e siano sempre stati così», o non vogliono crederlo. Forse siamo quelli stufi di vivere sempre altrove, nel gigantesco alibi di un paese che vede soluzioni solo nell’andarsene in un altro luogo. Alibi inteso a vari strati. Il più banale è l’espatrio, o l’esilio, per chi non ha lavoro o si trova male secondo gli orrendi stilemi della nostra quotidianità.

    Più in profondità, c’è la psicologia collettiva di una moltitudine berlusconizzata, dico della stragrande maggioranza dei connazionali che ha rinunciato a capire e a interrogarsi sul senso del vivere civile e si è comodamente «messa in libertà…», a simulare la vita «come se» fosse quella alla Berlusconi, in alto e a scendere: il popolo italiano ha imparato in fretta a «figurarsi» altrove, in un mondo finto che gli stava bene. Peccato che la crisi li stia forse costringendo a svegliarsi. E infine, ancora più in fondo, c’è chi ha avvertito appunto come «estranea» e fasulla questa mentalità berlusconiana, ma si è limitato a dirselo nel tinello di casa propria immaginandosi altrove, mutuando però nel frattempo da un popolo berlusconizzato i comportamenti relativi così da rendersi indistinguibile dagli altri. È vero, votava contro Berlusconi e i suoi prodi (ops!), «pensava» contro di essi: ma agiva e agisce come loro. Dico della «sinistra onomatopeica», quella che suona bene ma non ha effetti sulla realtà né quindi sulle ipotesi di cambiamento di spessore.

    Tutti questi livelli di alibi portano a un unico denominatore comune, davvero massimo: quello della deresponsabilizzazione, meraviglioso fenomeno collettivo che ha berlusconizzato il paese. Nessuno è o sembra più responsabile di niente. Dal maggiore in grado, in azione nei suoi processi e nelle sue decisioni pubbliche e private, alla casta, le caste, la supercasta che le comanda e le riassume, passando per la gente comune: nessuno si sente più responsabile di alcunché, mentre il gorgo ci inghiotte. La resistenza a questa berlusconizzazione senza prigionieri, che ha trasformato l’Italia in quella che vediamo tutti i giorni anche senza vederla davvero, passa da qui: dai comportamenti responsabili. Di partigiani differenti, scesi dalle montagne della vita intricata di tutti i giorni. Non pensiate che gli esempi in tal senso possano venire dall’alto (non avviene, tranquilli, né forse avverrà), perché così sarebbe ancora e sempre la formula subdola dell’ennesimo processo di deresponsabilizzazione, con o senza Berlusconi al governo.

    In tutte le pagine di questo manualetto torna il concetto di «pace incivile» da cui dobbiamo uscire, eliminando alibi che ci hanno trascinato in questa deriva. La responsabilità di ciò che facciamo, e naturalmente diciamo in una stagione che ha svuotato le parole di senso e significato deresponsabilizzandole, e ancor prima pensiamo, è di sicuro una forma di «essenzialità». Esattamente ciò che dovrebbe farci da bussola oltre la «necessarietà», se intendiamo cambiare e non continuare a precipitare.

    Non sono operette né ricette moralistiche: è semplicemente un richiamo alla nostra responsabilità di padri nei confronti dei figli, in una chiave strettamente generazionale così come in quella metaforica e simbolica che riguarda tutti. Culturalmente e politicamente, in un’Italia senza cultura e con una politica commissariata in mano a «tecnici» politicissimi per manifesta inferiorità e (quasi) getto della spugna. Un’Italia che parla e scrive del culo, che è finita in un culo di sacco, che ragiona a culo, che nel deragliamento generale ha individuato nel culo una stazione d’arrivo.

    Ma giacché il culo è curvilineo, la sua stessa morfologia rotondetta ci impone di credere a un rimbalzo. Se il culo è stato reso «essenziale» nella pratica quotidiana verbale e comportamentale, prendiamolo sul serio mutuandolo dal linguaggio e dalle abitudini: facciamolo rimbalzare prima che si incolli al suolo e faccia tramontare definitivamente ogni nostra prospettiva di salvezza.

    Testo tratto da Il culo e lo stivale, di Oliviero Beha

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    Postato da Redazione
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