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    08
    mag.
    2012

    La Fiat è tornata, tutto è perdonato…

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    scudetto-juventus

    E’ naturalmente prima di tutto una questione di campo, di cuore, tecnica, tattica, agonismo, corsa continua (che avrà fatto persino venire dei dubbi a qualcuno… Ma Zeman è troppo occupato a portare il Pescara in A…), fattori che hanno costruito l’imbattibilità juventina, l’hanno sopportata e supportata quando sembrava più un peso da “pareggite” che uno stimolo a vincere, l’hanno trasformata in uno scudo psicofisico nell’ultima, decisiva parte di campionato: è stato tutto questo la cavalcata senza sconfitte di una squadra partita senza favori del pronostico e senza favori del Palazzo cui anzi rompeva parecchio le scatolone e arrivata al traguardo in una strana domenica di maggio. Dopo aver ammortizzato l’errore di Buffon contro il Lecce che l’inattendibilità di questo calcio poteva far passare anche per altro, ha chiuso la pratica alla vecchia maniera della Vecchia Signora, con merito indiscutibile e un iniziale favore arbitrale, il gol di Vucinic in mini-fuorigioco: intendiamoci, uno scherzo da parrocchia in confronto a quello che stava combinando il fischietto Rizzoli, che dovrebbe rappresentare l’Italia agli Europei della Tymoshenko in vincoli, che ha “nobilitato” il derby di Milano in contemporanea negando un gol dell’Inter ricacciato indietro dalla linea di porta con modalità-Muntari in Milan-Juve (che formidabile nemesi sarebbe stata…) e poi dispensando un rigore inventato ai milanisti.

    Questo per dire di come funzioni il Palazzo e il “potere giudiziario in mutande” che lo rappresenta in un magma in cui anche gli altri due poteri, l’esecutivo e il legislativo, finiscono stipati nella medesima stalla. Alla faccia di Montesquieu, connazionale di Platini… E a proposito di potere federale, oggi dovrebbero fioccare i deferimenti per le scommesse, in un momento in cui uno come il Procuratore Capo di Bari, Antonio Laudati, titolare di un importante troncone dell’inchiesta penale, dice tranquillamente che non si scommette più solo sui risultati, o sul numero dei gol, o sulla frammentazione di entrambe le voci: adesso basta il numero di calci d’angolo, un’ammonizione, magari le volte in cui l’hai colpita di testa durante il primo tempo… per dire dell’inattendibilità del tutto anche rimarcando che la Juventus ha vinto meritatamente in un calcio italiota che va a gambero fuori dai confini, che fa pochi punti (sempre meno per lo scudetto), che non alleva i giovani, spreca denaro, gestisce male i club e fa sembrare un bullo il mio amato e stimato Delio Rossi.

    Andrebbe posta la questione se siano più viziati i giocatori, i loro procuratori oppure dirigenti e presidenti. Ma non traccheggiamo: sono partito dal campo, e quindi anche fuor di metafora dall’investimento sensato fatto nello Juventus Stadium, valore aggiunto dopo le truffe del “Delle Alpi” a carico della cittadinanza, per arrivare al club, al Palazzo, alla stanza dei bottoni, ecc. Come in una fiaba, c’era una volta la società di gran lunga più titolata d’Italia, che era arrivata a vincere ben 29 scudetti fino al maggio 2006, un maggio caldo e piovoso tipo questo. Favori arbitrali ne aveva avuti eccome, esattamente il proverbio rovesciato del cane che mozzica lo stracciato, ossia il cane obbedisce al supposto padrone meglio se ben vestito. Senonché una squadra molto forte, che avrebbe riempito la finale dei Mondiali di Germania dalle due parti, con giocatori mediamente superiori a quelli che stiamo vedendo in azione oggi da noi con l’eccezione di Pirlo, bravo ieri come oggi, significava anche una dirigenza molto forte: una dirigenza che nel rapporto di forza in un Reame Rotondo già allora assai malato condizionava oggettivamente la vita interna e quella esterna del club,e imponeva la sua legge vincente. Se storcete il naso già a questo punto della fiaba, vi ricordo che Antonio Conte per anni è stato un pilastro di quella Juventus, quindi c’è un aut-aut, alla Kierkegaard: o andava bene allora come va bene oggi da tecnico scudettato, oppure le magagne di allora non possono essere rimosse dal trionfo di oggi. Le persone e gli habitat in profondità non mutano.

    Continuiamo con la fiaba. La Triade a cassetta del purosangue juventino costruito per vincere e per non farsi azzoppare da altri concorrenti, in un gioco assai perverso che di fatto ha ridotto questa specie di ippica in condizioni penose (cfr. i deferimenti…), comandava in casa Agnelli e comandava in Federazione. Ogni tanto lasciava qualche scudetto e qualche soddisfazione anche ad altri, più generosamente – per dire – del “cannibale” Merckx in una disciplina leggermente più faticosa, tanto per far vedere che arbitri o non arbitri le competizioni erano vere. Ma defunti l’Avvocato e suo fratello, protettori della Triade, ci fu chi pensò bene che “questa storia dovesse finire” e lo disse chiaramente (cfr. libri in merito…): ben prima che scoppiasse lo scandalo di Calciopoli c’erano stati movimenti di truppe al confine della Juventus, pronte a invadere il territorio appena ce ne fosse stata l’occasione. E far fuori la Triade conveniva contemporaneamente sia ai proprietari reali del club, gli eredi Fiat con a fianco Montezemolo, ormai stufi di quella specie di concessionaria d’auto in leasing che era diventata di fatto la Juve, che ai “competitors” calcistici di Milano messi quasi sempre in minoranza, che allo stesso potere politico pallonaro troppo spesso “ostaggio” di chi vinceva con tanta regolarità e senza mozzichi di cani di sorta. Certo, era previsto che quest’opera di sostituzione ai vertici non sarebbe stata indolore, né per i tifosi né per le casse del club, come poi si è visto chiaramente, e sarebbero dovuti passare sei anni di B, lutti e rovine per “rimettere le cose a posto”. Ma la convenienza generale del momento era tale che la rimozione di una Triade tutt’altro che francescana in un ambiente di lupi tutt’altro che rabboniti valeva il prezzo da pagare. Ricordo che la sentenza penale di primo grado, di condanna decisa del malaffare, afferma nitidamente che non è stata artefatta la sorte di alcun campionato, che le partite sono state tutte regolari. Come quello che è appena finito, per capirci.

    La fiaba finisce qui, per il momento, con la considerazione che Inter e Milan hanno occupato per sei anni il vuoto di potere lasciato dalla Juve orfana dei “gaglioffi” che però non hanno truccato nulla e che la Federcalcio e la Lega (calcio, niente diamanti…) sono rimasti simulacri di potere in mano ai club, oggi come allora. Resta un quesito: la vittoria della Juve ora “sana” il passato oppure rinforza il revanchismo? Guerra o pace? Insomma, stella sì o stella no per il 30simo scudetto del campo ma non della burocrazia?

    (Oliviero Beha)

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    Postato da Redazione
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