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    04
    mag.
    2012

    Retrocessione del pallone italiota

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    Retrocessione generale. La brutta storia di un signore col più anonimo dei cognomi è in realtà la storia di una retrocessione. Non parlo di quella della Fiorentina, per carità, solo paventata, anche se nel calcio la parola “retrocessione” viene immediatamente ed esclusivamente collegata a un passaggio alla categoria inferiore. Per lo meno non parlo della retrocessione in B come se ne parla nel giornalismo sportivo. Perché, vedete, il punto è che in realtà con quel gesto manesco eppure grandemente simbolico Delio Rossi è già retrocesso. È già retrocesso il serbetto viziato Liajic che l’ha provocato, è retrocesso il club che è stato ormai da tempo guidato in modo disastroso.

    È retrocesso tutto il sistema di vigilanza “giudiziaria” in campo, perché arbitro, assistenti, quarti e quindicesimi uomini in campo hanno “tollerato” una scena da lite di strada, alla faccia di tutto quello che si dice e scrive retoricamente sulla necessità del “fair play” del calcio nostrano, e internazionale. È retrocesso il clima ambientale, sociale, economico, culturale se l’aggettivo non vi sembra troppo azzardato, in cui il nostro pallone rotondocratico e rotondolalico galleggia sconsolato, sempre più appesantito dagli scandali. È retrocesso qualunque rapporto interpersonale e inter-professionale decente, in un habitat in cui conta solo il denaro anche se qualcuno si ostina con pervicacia intellettualmente truffaldina a chiamarlo ancora “gioco” se non addirittura “sport”. È retrocesso quel minimo sentore pedagogico intrinseco nel rapporto tra giocatori e allenatore, in una deriva che trascinandosi dietro il crollo di qualunque autorità e autorevolezza ha travolto una persona capace, preparata, umana, “mi-te” (cfr. la definizione del Della Valle jr) come Delio Rossi, assurto da mite a “mito” negativo.

    È retrocessa una filiera sana che porterebbe dalla dirigenza societaria allo staff tecnico ai calciatori, filiera spezzata ormai da tempo dalla gestione monopolista e penalmente dubbia dei pro-curatori, che incamerano ormai calciatorini già di dodici-tredici anni, in una dittatura del soldo che sbiadisce qualunque valore. E questa retrocessione complessiva pallonara naturalmente è una faccia importante, macroscopica, popolare con tutto il segno negativo che dobbiamo oggi a questo aggettivo, del prisma di un degrado italiano più generalizzato: la stessa domanda “come poteva sfuggire il mondo del pallone al precipizio del sistema-Paese” cui assistiamo quotidianamente è una domanda retorica con inutile risposta assertiva.

    Quello che accade al tifo, nato lo ricordo come malattia…, con gli episodi che si rincorrono negli stadi ci dice molto del baratro, e ce lo dice in diretta tv. Se lo spettacolo è questo, certo non mi viene in mente di giustificare il signor Delio con la sua scucchia alla Totò e il suo ostinato chewing-gum trasformatosi in pugilatore d’accatto, ma di capirlo sì. È uno tsunami, ragazzi, non una pioggerella di stagione.

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    Postato da Redazione
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