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    15
    giu.
    2012

    L’elastico di Prandelli collettivo e psicologia

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    Mi piacerebbe sapere, e quindi capire, se tutto nasce spontaneamente oppure è prefigurato: cioè se il nostro rispettato Presidente della Repubblica, autonomamente o consigliandosi, allo stadio di Danzica domenica aveva preordinato il comportamento da tenere in base al risultato finale. Del tipo “se perde con onore scendo lo stesso negli spogliatoi e stringo le mani a tutti”, “se pareggia mi abbraccio Buffon” e “se vince mi faccio prendere in braccio da Cassano come fece Benigni col compianto Berlinguer”, o similia. Non è una provocazione come banalmente può sembrare ma un interrogativo squisitamente politico. Del resto il Ministro competente ha subito parlato di “segnali positivi” dopo la partita, da estendere al Paese, e un sociologo di valore nonché radiologo dello Stivale come Diamanti ha legato anche lui dal suo punto di vista le fortune dell’Italia a quelle della Nazionale in termini di “simboli comuni”.

    Almeno credo si trattasse di Ilvo, e non dell’omonimo Alessandro, fantasista di Prandelli in panchina. Dunque va analizzata la treccia tra fortune calcistiche e status della nazione. Prendiamola sulle prime sul serio, questa treccia. Procedendo per interrogativi. Se l’Italia perde le prossime due partite il Paese si va a far fottere? Se vince gli Europei lo “spread”scende ai minimi storici, è festa grande anche per i terremotati e per chi non ha lavoro e fatica anche a vedere gli azzurri in tv, e meravigliosamente e istantaneamente “tutto è perdonato”, riferito a una sorta di amnistia nelle cose per gli imbrogli di Scommettopoli? Che verrebbe rovesciata in Prodigiopoli in una sorta di incantesimo che cancella il negativo e smalta il positivo come ci è già successo tante volte? E questa “treccia”, cioè questo atteggiamento nei confronti di calcio e costume avvoltolati insieme con lo spago della mediaticità e sbattuti sul tavolo della politica, ci ha portato a star meglio in passato, a risolvere problemi, a far crescere il calcio e il costume? Oppure all’opposto ci ha condannato a questa sorta di quarto mondo in cui siamo confinati, “anche se” l’Italia vince gli Europei?

    Sgombriamo il terreno da qualunque equivoco. La squadra di Prandelli ha meritato certamente il pari, si è ritrovatainterminidipersonalità, di prudenza tattica, di dinamismo in Campionati che brillano per “stanzialità” e in cui non corre nessuno o quasi. Quindi i campioni del Mondo spagnoli, il cui calcio bancarottiero riceve indirettamente perfino aiuti dalla Banca centrale (spero non tutti i 100 miliardi…), sprecando molto si sono infilati nell’imbuto di un pari anche se nel finale potevano senz’altro vincere. Ma grande merito ai Nostri se non è stata una Spagna fiammeggiante. Il pareggio lo vorrebbe nei conti, ed è lontano, quello di Danzica è stato un passo falso che effettivamente infonde fiducia a tutto l’ambiente azzurro, forte di un De Rossi (che sta facendo il percorso inverso a quello con cui Desailly nel Milan degli anni ’90 fece gongolare Capello davanti alla difesa) stratosferico e aiutato dall’assenza di vere punte spagnole. Con il pur suonatello Torres nel finale si è infatti divertito molto meno. E poi una squadra ad elastico, Cassano quasi all’altezza, Di Natale senza il quasi, Marchisio all’inglese ecc. E naturalmente il Buffon monumentale di sempre, di cui sopra con Napolitano…

    È possibile che Prandelli abbia strutturato nell’indigenza psicologica il meglio a disposizione, un collettivo adatto a superare squadre più deboli sulla carta, come appunto Croazia e Eire. Sono caratteristiche che questo Mister di Orzinuovi ha sempre tirato fuori allenando club e che ha travasato in Nazionale. Poi con squadre più forti si vedrà. Ma insomma “entrare” negli Europei bene dopo il pandemonio era importante e possibile (cfr. questa rubrica una settimana fa, tanto per precisare sulla “grande sorpresa” di ieri l’altro per tutti. No, non per tutti). Ma che c’entra tutto questo con un calcio italiano ridotto a colabrodo ? Che c’entra con l’entusiasmo presidenziale che  è tracimato in ogni dove, curiosamente presago della difficoltà di fare lo stesso nella fase da disputare (augurabilmente e presumibilmente) in Ucraina dove ci aspetta la Tymoshenko in carcere e certamente un luna park diplomatico? Che c’entra questa treccia forzata tra il calcio e il resto, a rischio se dovesse andar male in campo, e a rischio se dovesse andar male fuori campo al Paese dello spread e a quello dei Tribunali con o senza Buffon? Che c’entra, Presidente mio Presidente? A meno che già si pensi che con il calcio come sempre si nasconda e si ottunda tutto ciò che non va, che preventivamente ci sia una “grazia” presidenziale magari non soltanto metaforica nei confronti di chi sbaglia fuori campo e poi “semplicemente” gioca bene come è giusto che faccia o tenti di fare. Le ricordo, Presidente, l’episodio dei Mondiali di calcio del 1982 dove accadde il meglio che potesse accadere al suo amatissimo predecessore, Sandro Pertini, cioè vincere il primo Mondiale post-mussoliniano. Sull’aereo presidenziale, a completare il leggendario quartetto di giocatori a scopone scientifico, viaggiavano con Pertini Zoff,Causio e Bearzot, forse “tecnicamente” non tanto peggio di Buffon, Giaccherini e Prandelli…

    Ma insieme a loro viaggiavano anche i dollari in nero dei premi da far sparire al fisco con un gioco di prestigio. Facciamo memoria, lotofagi… Voglio dire che resta importante, civile e politicamente serio tenere separati i due versanti della nostra vita, godendo certamente delle vittorie ma non strumentalizzandole eccessivamente. È vero, la treccia di cui parlo qui ha funzionato e temo funzionerebbe perfettamente ancora oggi per mantenere questo Paese ai livelli di immaturità che conosciamo, con la scusa del fanciullino pascoliano in calzoncini. Ma è questo che si vuole? Davvero? Non basta il paesaggio deformato che ci circonda, vogliamo insistere con i medesimi stilemi? Sarebbe perseverare, dunque diabolico…

    (Oliviero Beha)

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    Postato da Redazione
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