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    05
    giu.
    2012

    Scocca l'ora dei Neuropei. Si gioca per dimenticare

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    europei2012

    Giocano da venerdì prossimo, alle 18. A Varsavia. Polonia contro Grecia. E se prendiamo un po’ di distanza dal campo o dalla tv, fa effetto. Si dice che i nomi facciano vivere le cose. È vero. Ma quali? Quale Grecia, quella di cui parliamo tutti i giorni perché catalizza la débâcle finanziaria del Vecchio continente, Colosso (di Rodi) senz’anima e con una moneta a rischio? No, la Grecia che gioca a calcio. E accade in un’occasione in cui il meglio dell’Europa pallonara si confronta per cercare di mettere insieme distrazione e business, come sempre o almeno come ormai da molto tempo. E infatti si tenta l’impossibile per tenere separati eppure insieme i due binari su cui corrono rispettivamente la politica e il pallone. Prendiamo la nazione ospitante, il coacervo duale ormai in voga per dividere oneri e rischi , ossia Polonia e Ucraina: spicca la questione Tymoshenko, l’andare non andare dei presidenti, ma non quelli delle varie federazioni rotondocratiche continentali, bensì proprio i capi di Stato. Andrà il nostro, per esempio, anche per benedire il maledettismo scandalistico di un pallone allo stremo. Ma andranno gli altri, andrà la Merkel, andrà Hollande ecc.? E come si accorderanno, nel caso? Visita alla illustre reclusa, malmenata politicamente dal presidente Yanukovich in spregio della “rivoluzione arancione” ancora in corso (ricordate il vincitore di allora, quel Yushchenko avvelenato e butterato?) mentre questi Europei venivano assegnati? Oppure semplice dichiarazione democratica di intenti? E il contiguo governo polacco si chiamerà fuori dalla questione declinando magari in modo creativo la solita solfa secondo cui “la politica è una cosa, lo sport un’altra”?

    Nel frattempo, qualcuno ha già eliminato tutti i cani randagi di Kiev per “non fare brutta figura”, e a Varsavia e un po’ dappertutto gli alberghi costano molto di più: avete voluto il turismo sportivo, anche in tempi di massimo “spread”? Ebbene, pagate. La politica e le speculazioni economiche si infilano in ogni interstizio dell’organizzazione, anche se la vox populi non vede l’ora che le squadre scendano in campo. Quali? Non importa molto. Quello che conta è la giostra e l’attesa, il tifo, la franchigia da tutto il resto che ci piaga. Ma è davvero un territorio franco? A giudicare da quello che avviene anche nei paraggi del primo pallone che rotoli, sembrerebbe proprio di no. Il clima bancarottiero del calcio internazionale è in fase di avanzato peggioramento, ben lo sa Platini che dell’Unione europea in calzoncini è il presidente. Voglio pensare che lo sappia perfino Barroso… Se andiamo alle federazioni ospitanti, è di ier l’altro lo scandalo di quella polacca con risvolti corruttivi eclatanti, per il Lato corto della questione (volgarissimo e riprovevole gioco di parole che rimanda a quella meravigliosa ala destra della Polonia di Deyna ma prima, tenete a mente, prima di Solidarnosc e Jaruzelski e Giovanni Paolo II…): l’ex campione come dirigente non si sarebbe fatto mancare niente.

    Mentro l'ombra delle scommesse, e intendo ovviamente soprattutto delle scommesse su partite “sicure” almeno secondo gli accordi, si allunga su parecchi altri campionati. Fa più effetto l’Italia, certo, perché da sempre il fenomeno calcio ruota vorticosamente e mediaticamente attorno al tricolore, di cui il pallone sta vedendo stingere almeno il rosso: forse simbolicamente da domenica a Danzica e contro i campioni in carica spagnoli bisognerebbe pensare a un forte segnale subliminale, che so, con il verde e il bianco il rosa al posto del rosso, così, tanto per far capire che ci siamo accorti di tutto, che la situazione è grave, che magari tenteremo di rimediare. Lasciamo l’inno di Mameli per le nostre parate azzurre, ma meditiamo sulla soluzione “pink”: hai visto mai che funzionasse? Del resto se ci si interrogava nel ’39 sul “morire per Danzica” invasa dai nazisti, sul ciglio della Seconda guerra mondiale, bisognerà pur chiedersi se in una guerra sublimata e un po’ ridicola come quella pallonara vale la pena di “arrossire per Danzica” o vergognarci del nostro calcio senza per questo rinunciare a scendere in campo. Lo so, sembra fin qui un discorso riassumibile nel classico “il più pulito ci ha la rogna”, ma già che ci siamo, mettere in campo una squadra purchessia, di non indagati, non sospettati, non “patteggiati” dovrebbe essere il minimo.

    Se il nostro attuale calcio non è in grado di mandare da oggi in Polonia una spedizione che non rischi né l’infamità né il ridicolo tecnico-tattico-agonistico, bè, allora sì che bisognava davvero non andare. E per favore niente ammonimenti di parte per difendere – che so – un Buffon. Anzi, rincaro la dose. Buffon ci dica in tv a reti unificate, magari vicino al presidente Napolitano meglio se dopo un pareggio a sorpresa con la Spagna, domenica, una di quelle imprese catenacciare epiche travestite di alchimie tattiche forzate, ci dica il portiere una di quelle cose che chiuderebbero il conto: “Cari compatrioti, non ho mai scommesso né fatto scommettere sul calcio italiano, e anzi vi faccio l’elenco milionario di tutte le mie ‘altre’ scommesse, così che stiate tranquilli”. Finché non ci avrà detto questo, il minimo per il capitano di una Nazionale con la mano sul cuore durante l’inno e il tricolore (col rosa) sventolante, non mi riterrò soddisfatto, anche se non è indagato penalmente, anche se dice – come il Bossi d’antan sui rimborsi elettorali – “dei miei soldi faccio quello che voglio”. Mi viene un dubbio: codesto non è un articolo calcistico. E perché questi sono Europei di calcio, mentre l’Europa non rotondolatrica sta facendo la fine che vediamo?

    (Oliviero Beha)

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    Postato da Redazione
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