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    11
    lug.
    2012

    A Pechino la tentazione di una diga anti-contagio

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    cina-crisi-europea

    di Francesco Sisci

    La crisi europea è rimbalzata a Pechino creando possibili effetti di ritorno, non solo per la Cina ma anche per tutta l'economia globale a rischio di avvitamento. Le esportazioni cinesi hanno infatti continuato a cedere, per tre mesi consecutivi verso la Francia, da quattro mesi verso la Germania e per ben dieci mesi di fila verso l'Italia. La crescita dell'export complessiva è stata dell'11,3% a giugno rispetto al +15,3% di maggio. Nel frattempo le importazioni cinesi sono aumentate sì, ma solo della metà rispetto al 6,3% di maggio, segnalando che i consumi interni se pure non stentano certo crescono meno del necessario.

    In questa tendenza c'è un dato positivo. Diminuiscono gli investimenti, che hanno trainato la crescita dall'inizio della crisi finanziaria del 2008, e quindi si contraggono le bolle produttive, innanzitutto immobiliari, che hanno creato distorsioni economiche nella Cina negli ultimi anni. Questo fatto arriva però in un momento molto delicato a livello internazionale. La Cina, che siede su 3.500 miliardi di dollari di riserve, ha risorse più che sufficienti per iniezioni finanziarie che spingano la crescita interna. Inoltre a Pechino basterebbe cancellare o sfoltire la giungla di misure amministrative che ostacolano investimenti nel settore immobiliare o anche il semplice acquisto di case. Ma il Governo non vuole per il momento usare queste leve per timore di creare nuove bolle. I dati poi non sono drammatici come nell'ultimo trimestre del 2008 o nel primo del 2009, quando la Cina varò un enorme stimolo finanziario, di quasi mille miliardi di euro, che traghettò il Paese oltre la crisi.

    C'è anche una questione politica. Il premier Wen Jiabao è stato criticato in Cina per avere allargato troppo facilmente i cordoni della borsa nel 2009 e dato che cederà il posto a marzo prossimo non vuole lasciare un'eredità pesante al suo successore. Inoltre il Paese è alle prese con una profonda ristrutturazione economica che dovrebbe tarpare le ali alle grandi imprese di Stato e invece dare fiato alle imprese private più piccole. Misure frettolose di allargamento della finanza, nel contesto attuale, invece rafforzerebbero le grandi imprese, con facile accesso al credito, e indebolirebbero ancora le piccole imprese private, con maggiori difficoltà nell'ottenere crediti.

    Tutti questi fattori, che non indicano un tracollo né nazionale né globale, non porteranno probabilmente a una grande revisione della politica economica di Pechino. Comunque questi dati della Cina, Paese che alla fine dell'anno potrebbe essere il singolo maggiore “produttore di crescita” mondiale, rischiano un impatto di sfiducia profonda anche in Asia. Questo è divenuto il bacino naturale dell'economia di Pechino, cosa che potrebbe ulteriormente aumentare l'impatto dell'incertezza cinese. Il crollo dell'export cinese verso Germania o Francia indica come la crisi si stia allargando anche verso il cuore politico-economico del Vecchio continente. Inoltre l'indebolirsi della crescita dell'import dà il metro di una certa sfiducia, incertezza dei cinesi verso la situazione globale.

    È possibile che Pechino possa ritoccare il tasso di sconto centrale, già abbassato nelle scorse settimane di un quarto di punto, e che allevii alcune misure amministrative per stimolare i consumi privati. Si tratta di misure attendiste perché Pechino sta seguendo con grande ansia le evoluzioni di quello che accade in Europa. Ha tirato un sospiro di sollievo per l'accordo politico del 28 giugno, ma poi si è di nuovo preoccupata quando i mercati hanno riportato in alto gli spread dei titoli di Stato e Finlandia e Olanda si sono opposte all'accordo Ue. Ora vuole vedere quali misure concrete emergeranno in Europa e soprattutto se ci sarà intorno ad esse un consenso politico recepito dai mercati. Pechino sa infatti che i mesi estivi, con il diminuire del volume degli scambi, sono quelli più a rischio per improvvise crisi finanziarie.

    Sembra comunque spegnersi il lungo innamoramento che i cinesi avevano nutrito verso l'Europa e l'euro. L'Europa da oltre un anno non sembra capace di fare un salto di qualità politico che dia una cornice forte al problema concreto dei debiti dei singoli Stati. In particolare la Germania, finora partner di riferimento cinese in Europa, pare avere anteposto i suoi calcoli, pur legittimi, a delle considerazioni di ampio respiro. Quindi se Berlino non ha una grande visione politica rischia di non essere in grado né di guidare l'Europa, né poi di essere il vero perno politico-economico della Cina nel continente. Se crolla l'idea dell'Europa incentrata sulla Germania, la tentazione potrebbe essere a Pechino allora di ripensare tutta la sua politica economica. Questo naturalmente è un fattore di lungo termine, ma un più forte sentimento di sfiducia (pur relativa) potrebbe contribuire a innervosire i mercati già volatili. Tutti questi elementi forse dovrebbero indurre riflessioni profonde a Berlino e a Bruxelles per trovare iniziative di ampio respiro al di là della contabilità dei singoli Paesi o delle gelosie politico-amministrative nazionali. Ma di questo per ora non si ha traccia a Pechino, che quindi pensa di non potersi assumere l'onere di cercare di salvare, con investimenti e acquisti, chi da solo non vuole salvarsi e chi non si fa aiutare nemmeno dall'America, vista la sordità che europei e tedeschi hanno mostrato ai solleciti del presidente Barack Obama. Ciò a sua volta potrebbe però aiutare ad avvitare ancora la crisi, e la Cina potrebbe cominciare a pensare di organizzarsi non per salvare l'Europa ma per erigere una diga abbastanza solida e larga per limitare lo tsunami finanziario che potrebbe allungarsi dall'euro verso l'Asia.

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    Postato da Redazione
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