• Biografia
  • articoli
  • scrivimi
  • Oliviero Beha
     
    Home > articoli > C’era una volta il Milan da bere
    16
    lug.
    2012

    C’era una volta il Milan da bere

    Condividi su:   Stampa
    milan_berlusconi

    Faceva freddo ed era febbraio quando il neopresidente del Milan, Silvio Berlusconi, scese in elicottero a Milanello per la sua prima visita pastorale. Molti elicotteri dopo, fa il caldo di Minosse oggi che Silvio cedendo due pezzi pregiati come Ibrahimovic e Thiago Silva “solo per esigenze di bilancio” sigla a modo suo la fine di una stagione di grandi investimenti calcistici elevando tale cessione a simbolo di un vistosissimo cambiamento epocale, all’ombra di Monti e dello spread. L’Italia di 26 anni fa sembra impallidire alla memoria nell’afa di oggi e nei 40 gradi che squagliano gli specchi d’asfalto. Chi c’era allora in questo Paese, chi comandava, che parte recitava colui che era già Sua Emittenza e stava cambiando gusti e valori degli italiani (risultati poi in maggioranza ben contenti di tale mutazione antropologica)? Vediamo.

    Berlusconi compra il Milan da uno sfiatato e penalmente rincorso Giussy Farina, dalla credibilità affidata al vezzoso nomen omen, dopo aver tentato di comprare l’Inter anni prima. Quello che si dice un tifoso vero, folgorato da metà Madonnina sulla via di Damasco. Scendendo da quell’elicottero dice subito alla bandiera rossonera che si ritrova di fronte: “Ciao Gianni, avremo bisogno di te”. Rivera non l’avrebbe più visto. È la Milano da bere, e del calcio in profonda trasformazione sub specie televisiva. C’è Craxi a Palazzo Chigi che cola lattiginoso in quasi tutti gli interstizi milanesi, e dal primo socialista premier nella storia della Repubblica al primo vero tycoon dell’impero mediatico il passo è molto, troppo breve come si saprà presto. Berlusconi si intende di calcio, è fuori discussione, e mette insieme un lancinante populismo, declinato nelle sue tv commerciali e nello sport (!?!) più amato dagli italiani. Diventa “moderno” e si accredita per tale sposando queste due facce di un costume italiano incerto, che si è lasciato alle spalle l’austerity del defunto Enrico Berlinguer: il messaggio è complementare. Per la tv lo capisce subito Federico Fellini il cui Ginger e Fred sarebbe dovuto essere adottato nei programmi scolastici, e lo capisce anche Pippo Baudo che prima gode del mercato essendo allora molto più di un Fazio (Fabio…) di oggi lasciando il pubblico politicizzatissimo per il nuovo Zigfeld; poi ci ripensa e torna in Viale Mazzini pagando una penale del valore di un palazzo in cui verrà domicilato il Tg5.

    Per il calcio è invece quasi tutto un peana. Era arrivato il vero Mecenate a rilevare la leggendaria genia dei “ricchi scemi”, come l’insuperato Onesti mentore del Coni chiamava i presidenti di calcio. Da Fraizzoli a Berlusconi, volete mettere anche solo in area ambrosiana… Berlusconi non ha bisogno di capire, né di studiare la materia: sa come parlare al popolo anche se si propone come uno che lo vuol servire, sa che gli acquisti, a partire dal trio olandese delle meraviglie (Gullit, Van Basten, Rijkaard), mirati in un progetto congegnato da Arrigo Sacchi prima propalato, poi valorizzato e infine smerciato dalla tv, lo faranno crescere a dismisura.

    Nell’Italia degli Agnelli, il calcio è l’ideale per guadagnarsi una libertà d’azione che all’inizio sembra solo mercantile. Andando a pescare nelle rassegne stampa di allora si vedrebbe come dal primo acquisto televisivo importante, il “Mundialito” in Uruguay del 1981, il nome di Berlusconi passi nella seconda metà degli anni 80 soprattutto attraverso il Milan. E la tv, naturalmente, e il Milan in tv. Dopo gli Agnelli e la Fiat il calcio battezza il Cavaliere come fosse un nuovo acquisto, un campione venuto da fuori: invece è lui che si sta comprando tutto da dentro. È il Milan e la Milano degli eccessi, e Berlusconi ne riassume perfettamente il senso. Di vuoto. Da riempire, certo, giacché in alcun campo fisico o virtuale si sopporta il vuoto, ma con gradualità, in direzione di una più generale occupazione di suolo pubblico, di un immaginario che televisione e calcio compongono in un’idea di veline e campioni che strabuzzano dai teleschermi. Vuole fare contenti i milanisti come quando avrebbe voluto il Meazza nelle partite in casa “solo rossonero”, per non sprecare nulla, e successivamente vorrà fare contenti gli italiani sub specie populista, vent’anni fa come oggi. Oggi che si ritrova ad annaspare per risparmiare i 150 milioni di euro di Ibra e Thiago Silva, come se fosse un presidente qualunque e non il plutocrate famoso nel mondo. È l’ultima astuzia del camaleonte travestito comunque sempre e solo da Berlusconi, o è una reale necessità di bilancio? È un modo per dire a italiani e milanisti “pazienza, sobrietà, mi rendo conto, c’è la crisi e non voglio più strafare” prendendo esempio dai tecnici lui che si ritiene e ha dimostrato spesso di essere un tecnico (un Mister…) della comunicazione? Oppure è un segno di resa travestito da ragionevolezza? Ci sta dicendo, con una politica calcistica che ammicca alla politica tout court, che non gli è rimasto altro da fare che limitare i danni perché tanto senza di lui il Milan non sarebbe nulla così come il Pdl in cerca di nome, oppure ha in testa qualche cosa di nuovo come è spesso accaduto in passato? Insomma ha fiducia che tifosi ed elettori lo seguano sempre e comunque in ogni stagione anche con meno elicotteri, campioni e ribalte, oppure è costretto a un’austerity che nel suo segno sembra una ritirata che tende alla rotta?

    Non può rispondersi da solo. Ci vorranno fatti, e gli abbonamenti incombono all’ombra di Galliani, e i sondaggi elettorali alludono, all’ombra di Alfano. In un’altra Italia, montiana suo malgrado, altra e berlusconizzata da tutti i punti di vista.

    (Oliviero Beha)

    zp8497586rq
    Postato da Redazione
    Newsletter
    Resta sempre aggiornato sulle novità del sito di Oliviero Beha
    * Questo campo è obbligatorio
    Facebook