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    03
    lug.
    2012

    Troppo calcio, poco potassio

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    prandelli_italia_paese_vecchio

    Pluff… la grande illusione e la grande erezione di un Paese calcistizzato fino al midollo finiscono sui piedi, la testa e i gol di giocatori o furie che in questi anni stanno vincendo tutto. E meritatamente. Pluff… e le piazze con o senza svastiche, i bar, le case si spopolano lacrimando o recitando il pianto di tifosi e tifose teleutenti, nipotini più di Biscardi che di Croce, che “ci avevano creduto”. Di più: avevano progressivamente investito dosi emozionali di “patriottismo pallonaro”, di “nazionalismo in calzoncini”, di identità fugace e intermittente buona per due tempi, magari i supplementari, forse i rigori. Resta un mese nella bacheca del tifo, un mese pirotecnico cominciato nell’incredulità e nella diffidenza, con Monti che al debutto chiedeva se non fosse stato il caso dopo l’orrido (tutt’ora inesplorato del tutto) di Scommettopoli di “sospendere il calcio per due anni, o tre”.

    Lo stesso Monti di Kiev e a Kiev, per la finale, comunque in perdita: avessero vinto, Buffon e soci, sarebbe stato un’addizione flaianesca al carro dei vincitori, così va di lusso se non gli danno dello jettatore. È vero, si è ricordato della Timoshenko, a lungo sparita dai monitor, come del resto i raggiri logistici polacchi e l’eccidio ucraino di cani. Ma la politica si faceva anche da Roma. Come ha fatto ieri Napolitano accogliendo gli azzurri, in via gestuale e orale dopo la versione epistolare. Tutti su e giù da quel simpatico carro, il carro del calcio ritrovato come “veicolo” persino nelle parole del Ct Prandelli, semiologo del giorno dopo e analista geriatrico (“Paese vecchio e senza idee”). E intorno, negli stadi, in tv, nell’anima nazionale per qualche sera, una “revanche” arrangiaticcia che avrebbe dovuto far dimenticare le nequizie del resto, cosucce come la disoccupazione giovanile da noi oggi al record storico del 36%. E i giovani sono pur sempre giovani in ogni momento, come lo sport e il calcio sarebbero giovani, e il tifo desterebbe il fanciullino che è in noi anche se ottuagenari in una franchigia apparentemente senza competenza specifica né censo, la franchigia del “Forza Italia”…

    Ma il dato sulla disoccupazione resta, assai più pesante di quello del possesso/palla degli spagnoli, memori di decadi decadenti nel pallone e oggi pronti a banderillare e a matare quasi chiunque. Si pensi che tutto è emotivamente e poi pseudorazionalmente (tatticamente, tecnicamente, psicologicamente e insomma di “menti” si trattava…) cominciato con quel “quasi”. Quel quasi eravamo noi, brutti sporchi e cattivi di fronte ai campioni del mondo nella prima domenica di Danzica, capaci di non perdere e di giocare anche un poco con gli spagnoli, attenzione, gli stessi della finale non le loro controfigure. Segnare per primi dopo averli impiastricciati negli schemi, lontani da catenacci vari, omogenei, prandellizzati per l’occasione: per la proprietà transitiva Italia valeva (quasi, sempre quel quasi) Spagna, dunque mentre i mercati affondavano e la parola più getto-nata era ed è spread si poteva negoziare la grande illusione. Di non fare la solita figura dei tapini, di smaltare l’emergenza, di far dimenticare gli abissi calcio-italioti lasciati in patria così da auto-amnistiarsi in gloria. Qualche sofferenza, la sfiducia a tocchi con la Croazia e i sospiri con l’Irlanda dopo aver straparlato di “biscotti” essendone i maestri pasticceri, ed ecco pronta, dopo l’illusione, l’erezione.

    La perfida Albione era una cosetta, ingigantita dai prandelliani perché sterili, fino ai rigori incucchiaiati, ma un avversario perfetto per il principio idraulico di cui sopra. Con la fortuna (a questo punto e retrospettivamente va considerata tale ) prospettica di incontrare poi la Germania, l’ideale per la carica dei nostri intesi sia come missione europea in calzoncini che come dilatazione socio-economico-storica del pallone nei luoghi di ritrovo. Trionfo e l’aggettivo “cinico” inscritto analfabeticamente nel marmo (naturalmente sbagliando, siamo il contrario…).

    Dopo l’impresa, l’adrenalina interna ed esterna, del costume di casa calcistico e politico, ha fatto cadere la nazionale illusa e eretta dall’altra parte del cavallo, disarcionata dalla fatica. Non c’è stato match, persino per i commentatori televisivi che non hanno minimamente fatto rimpiangere il miglior Benigni: la Spagna della semifinale era solo un Portogallo più bravo ai rigori, la Spagna della finale era tornata la Spagna, pronta alla sua abituale corrida anche più sbrigativa del solito, qualche banderillata e poi la matata. Se Prandelli si fosse ricordato che “siamo un Paese vecchio e senza idee” domenica dopo pranzo, sarebbe stato ancora in tempo per schierare tre, forse quattro o addirittura cinque “asini sani” in luogo di “dottori morti” o moribondi, invecchiati dallo sforzo e dagli acciacchi. Se il gioco lo avevano in testa tutti e 23 e lo spirito era quello giusto, forse il Piave avrebbe resistitito di più, anche spostato a metà campo per mostrare il petto villoso degli schemi. Forse. Senno di poi, certo.

    Rimango dell’idea che complessivamente e meritatamente ci sia andata di lusso, che la doccia fredda specie a queste temperature sia stata quasi un sollievo, che la calcistizzazione maschile e femminile, giovanile e senile del Paese sia già a livelli quasi irreparabili, con tutti gli effetti collaterali che comporta e di cui si parla pochissimo, per non fare il giochetto di denuncia del “ma il re nudo”. Nella favola di Andersen (di fonte spagnola…) lo diceva il bambino, da noi i bambini, autentici o metaforici, rivestono continuamente il re sbraitando e tifando “quando gioca la Nazionale”. A condizione che vinca, altrimenti giù botte. Forse per una volta il re è rimasto almeno in mutande e i giocatori scamperanno i pomodori. La cui coltivazione, credo, non è prevista al Quirinale.

    (Oliviero Beha)

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    Postato da Redazione
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