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    Home > articoli > Tifosi senza squadra
    30
    ago.
    2012

    Tifosi senza squadra

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    Altro che “nulla dies sine linea”, secondo la versione del pittore Apelle, nessun giorno senza un tocco di pennello come tributo alla creatività e al lavoro. Nella campagna elettorale aperta ormai da tempo siamo a nessun giorno senza insulti. L’ultima scazzottata verbale è quella tra Bersani e Grillo, provocata dal primo con tanto di epiteto semi-dimenticato, cioè “fascista”. Grillo ha risposto associando il segretario del Pd al piduismo di questo ventennio, e la faccenda è rimasta per ora consegnata alle offese. Sembra impossibile uscire da questa giungla senza un machete, per favorire la comprensione e la scelta degli italiani. “Il paesaggio è deformato” (copyright Furio Colombo) o ancor peggio deturpato, come e più che ai tempi del berlusconismo dominante (peraltro lungi dall’essere superato).

    Molti scrivono ai giornali e ai blog chiedendo per chi votare, e l’impressione circostante, anche senza consultare le preziose mappe di Ilvo Diamanti, è che ci sia in giro una moltitudine di tifosi in cerca di squadra e la squadra non ci sia. Il pasticcio a sinistra (diciamo così, mutuando l’approssimazione della definizione da Mauro, sia Ezio che Massimo…) è palese ogni volta che si parli della realtà e delle scelte fattuali da compiere. La scombiccheratezza post-berlusconiana a destra (sempre citando complementarmente i due Mauro…) naviga nel mare della non-politica, come del resto ha sempre fatto: è già abbastanza il pensiero del potere e delle poltrone per perdere tempo a prefigurarsene un uso e una finalità progettuale, roba ormai per inattuali perduti. Nel mezzo, lemuri in cerca di identità.

    Andiamo dunque con un’efferatezza semplificatoria da osteria ad alcune domande implicite, che gli insulti e l’inconsistenza truffaldinamente nascondono. Le faccio a Bersani perché è il maggiore in grado di un’area di riferimento del Paese che andando avanti così, a colpi di “fascista” in emiliano, finirà per evaporare del tutto elettoralmente, ma ancora prima culturalmente. E le faccio a Bersani perché fino a prova del contrario – pur facendo parte da sempre di questo orrendo sistema – non ha intascato denari personalmente. E anche perché è uno dei pochissimi che a mio parere da segretario di un (ex) grande partito di massa non è peggiorato nei confronti di come lui era prima, anzi, forse è addirittura migliorato. Ma le domande per Bersani riguarderebbero, appunto, tutto il sistema che sta rapidamente franando con i postumi di Silvio e della sua corte.

    Dunque, Bersani: mi chiedo perché non provare a porre pubblicamente la domanda “come abbiamo fatto a ridurci così, dico l’Italia di oggi, di Monti eccetera”? E nel cercare di rispondere perché non porsi la consequenziale domanda “dove e quando ho sbagliato come Pd”? E se ho sbagliato pure in un gigantesco concorso di colpa, perché non “ammettere le eventuali colpe e responsabilità” chiedendone venia agli italiani?

    Se non lo fa, Bersani, le ipotesi sono due: o pensa di non aver sbagliato, e che le colpe siano tutte degli altri, oppure ritiene che addossarsene pubblicamente il peso gli faccia perdere voti, perché gli italiani non capirebbero. Quale delle due, segretario? E alla Festa del Pd, oltre al calcio in crisi e alle nuove forme di gastronomia mediterranea, Lei ne parlerà? E ancora: pensa che il Pd sia – oltre l’acronimo e la lettera – un partito davvero democratico? E l’unico in circolazione, magari? Un partito che favorisca il ricambio e che promuova una legge elettorale diversa che vada in questa direzione? O piuttosto in quella palese (manca solo che lo diciate “apertis verbis”, oggi sono di latinorum…) della massima conservazione possibile dei posti della sperimentata “casta”, giacché sembra che tutti condizionino o ricattino tutti? Da qui si potrebbe partire per il “dibbattito” sul partito che oggi non c’è e che in tanti auspicherebbero. Forse a quel punto anche Grillo avrebbe piacere di discuterne… O no?

    (Oliviero Beha)

    Postato da Redazione
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