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    29
    ago.
    2012

    Una formidabile tassa chiamata gioco d’azzardo

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    giocodazzardo

    Come leggete in altra parte di questa home page e su tutti i giornali e sentite un po’ dovunque, nel prossimo Consiglio dei Ministri del 31 agosto verranno prese una serie di decisioni importanti. Sembra. Oltre al fumo, nel cosiddetto “decretone sanitario” sono confermate nell’ultima versione del testo le norme contro il gioco d’azzardo, che prevedono il divieto di installare apparecchi elettronici “all’interno ovvero in un raggio di 500 metri da istituti scolastici di qualsiasi grado”. Parrebbe un segnale, ma, parafrasando il decretone che combatte il fumo, temo sia più che altro un segnale di fumo. Oggi il gioco d’azzardo, vietato ai minori ma reso possibilissimo ai minori da internet, è una vera tabe italiana. In una delle mie trasmissioni (cfr. “Brontolo” su Rai Tre, il lunedì dalle 9 alle 10) dedicate a questa forma di strozzinaggio devastante, il pidiellino Maurizio Gasparri ebbe un a gran botta di sincerità. Non potendo negare, lui come nessuno, che i numeri e le modalità del fenomeno stanno strangolando individui, famiglie, mentalità avviando un Paese già in declino verso il precipizio, spiegò così la situazione: “Del resto è l’unica esazione che lo Stato compie senza che gli italiani la percepiscano come tassa, dunque è una forma di finanziamento pubblico che funziona”. Viva la faccia, Gasparri ha ragione, lo Stato ha torto. Di fronte ai numeri c’è da aver paura. Ito dal mio ultimo “Il culo e lo Stivale”, ed. Chiarelettere: “… La fortuna rimanda al gioco, in primis al gioco d’azzardo. Dal culo come truffa al culo come azzardo. In Italia il giro d’affari in materia nel 2011 è stato di oltre 76 miliardi, in crescita di 15 sull’anno precedente. È la terza industria nazionale. Gli italiani intossicati dal fenomeno come da una droga pesante, al punto di coniare il neologismo mediatico di «ludopatici», sono quasi un milione, e più di due milioni quelli considerati a rischio. Senza contare la dimensione illegale debordante, con tutto ciò che si porta dietro. Qui restiamo alla porzione emersa di un business che è gestito dallo Stato attraverso una decina di concessionari privati, a loro volta in frequente o addirittura organica connessione con partiti politici. Delle cifre spaventose introitate, allo Stato in tasse va una parte assolutamente irrisoria. E già questo non torna economicamente. Non solo, ma come tasse evase sulle slot machine fino al 2006 queste concessionarie sono arrivate a 98 miliardi di euro. E questo non torna fiscalmente. Come sempre, tutto si tiene… Lo Stato biscazziere autorizza legislativamente di continuo nuove versioni del gioco, con relativo e brutale sfarinamento di singoli e famiglie, favorendo l’aumento vertiginoso di sale scommesse e gioco on line. Quest’ultimo è diventato un’autentica tabe che, in assenza di controlli sul virtuale, già scarsi nei confronti delle persone fisiche, sta mangiandosi denaro e psiche anche dei

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    minorenni. Ed è tutto logico: lo Stato, cioè il Governo e il Parlamento che lo rappresentano, scientemente vuole che si giochi sempre di più perché, spiegano gli stessi politici che in Parlamento dovrebbero porre dei freni, «il gioco non viene vissuto come esazione» dai cittadini. Cioè, considerando l’unico punto di vista che interessi loro, dagli elettori. Quindi una popolazione di cornuti e mazziati, alla ricerca di quella botta di culo che ti risolva la vita. Altro risvolto commendevole che illumina il passaggio da Stato etico (per carità…) a Stato croupier (fantastico…). Di più, e atroce: pur di dare un propellente ancora più spinto alle giocate, è stato usato come pretesto il terremoto dell’Aquila. In funzione dell’aiuto alle popolazioni disgraziate, che poi non hanno visto nulla di quei soldi, ecco il «decreto Abruzzo» del 2009: si varino nuove lotterie istantanee, e senza interruzione, un’estrazione ogni cinque minuti. E la pubblicità ossessivamente promuove la bisca e tutte le sue forme iperindustriali, specie in tv ma clamorosamente sul web, in una vergogna generalizzata che non sembra scuotere più di tanto. Morale o amorale della favola: i costi sociali del gioco d’azzardo stanno diventando insostenibili, ma chi se ne cura?…”. E la situazione di crisi sta accelerando la corsa al precipizio, che diventa immediatamente sociale e dunque dovrebbe avere una risposta politica. Vi sembra una risposta politica quella riportata all’inizio dell’articolo, cioè la tonitruante decisione di lasciare ad almeno 500 metri di distanza da “istituti scolastici di ogni grado” (con la precisazione stupefacente che neppure al loro interno è possibile istallarle) i vari tipi di “macchinetta” che sono il laccio al collo degli italiani? A me, lo ammetto, pare di no… Via si potrebbe e dovrebbe far meglio, altrimenti siamo sempre sulla scia gasparriana non contrastata davvero da alcun partito… Certo, ci sarà anche qualcuno che dirà “se gli italiani si vogliono suicidare con il gioco d’azzardo lo facciano pure, basta che non siano minorenni. Invocando magari pomposamente il “libero arbitrio”. Guardiamoci intorno: nessun parente, amico, conoscente rovinato da questa china vi fa cambiare idea? (Oliviero Beha)

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