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    19
    set.
    2012

    Le parole sono pietre, specialmente in politica. Allora: dov’è finito il termine “anti-politica”?

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    Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle

    Dov’è finito quello che è stata usato per mesi e anni come contumelia, e cioè il termine “anti-politica”? Scomparso d’improvviso, da media e conversazioni. Una volta, fino a qualche settimana fa, riferito soprattutto a Grillo e al Movimento 5 Stelle, era tutto un pontificare di anti-politica di qua, anti-politica di là, chi era o si chiamava fuori dai soliti giochetti che hanno condotto il Paese nel baratro dello spread e di un imbarbarimento culturale spaventoso veniva bollato come un nemico della politica, del sistema dei partiti, delle istituzioni democratiche ecc. Ed era difficile da spiegare che il conio lessicale era truffaldino e “protettivo” nei confronti di un sistema di potere partitocratico che nascondeva la vera realtà delle cose: e cioè che da partiti intesi politicamente con un retroterra ideologico e un tempo persino ideale si era passati ormai da un pezzo a degli autentici “comitati d’affari”. Quindi chi si opponeva ad essi invece che anti-politico sarebbe dovuto essere correttamente etichettato come “anti-comitati d’affari”: se per esempio la tv, meglio se nei tg di massimo ascolto, invece che sbraitare per mesi e anni di “anti-politica” avesse riferito le proteste a gente che era “anti-comitati d’affari”, forse qualche italiano in più avrebbe capito.

    Questa premessa non è solo un modo per parlare ancora di Grillo, praticamente obbligatorio perché parlando di lui si parla di politica, democrazia, elezioni, rapporto con gli italiani, informazione ecc., e lo dico alla rinfusa senza giudicare il merito almeno in questo articolo (l’ho già fatto in altri, e lo rifarò), bensì il prologo a un discorso sulle parole: che sono o dovrebbero essere sempre importanti, ma che in politica sono ancora di più “pietre”. Intendiamoci, ovviamente i fatti contano di più e le parole che annunciano fatti sono decisive per capire poi se questi fatti sono accaduti ed eventuali promesse e impegni sono stati rispettati. Ma qui resto al livello delle parole, e della responsabilità che dovrebbe assumere chi le profferisce. A partire appunto dal termine anti-politica che è sparito quasi improvvisamente. Perché? Da un lato credo perché si fosse ormai logorato, fino a svuotarsi di qualunque effetto emotivo, razionale e dunque politico nel senso linguistico, delle parole della politica di cui parlo qui. Non ci si faceva più caso, la miccia era ormai troppo lunga, non detonava più nulla, o quasi. Quindi più o meno scientemente chi aveva interesse a marchiare in negativo la realtà in ebollizione che protesta dal basso, cfr. Beppe Grillo, ha abbandonato un guscio ormai vuoto.

    Ma dall’altro il termine anti-politica ha trovato un suo erede semantico in “populismo”. Prima nel nostro cortile, con declinazioni come “populismo giuridico o giudiziario” a proposito soprattutto del caso Ingroia-Napolitano, poi a dimensione europea con Monti e il Presidente della Commissione Ue, Barroso, che tuonano e dettagliano sul rischio dei populismi, ecco servito sul piatto d’argento della lingua un altro caposaldo destinato a durare ancora un pò. Chi non segue strade e autostrade della politica tradizionale (che ci ha ridotti così, cosa che viene ignorata o considerata un ammennicolo, guai a parlarne…) diventa automaticamente un agit prop del populismo, dunque un “agit pop”. E la lingua viene stirata a convenienza, indipendentemente dai rapporti di forza che traduce nel linguaggio verbale dal linguaggio fattuale della realtà.

    Per andare oltre Grillo, il discorso sulle parole come pietre riguardano anche i proclami di Marchionne, evidentemente scritti  anni fa in inchiostro simpatico, prima gettati come carta straccia e adesso pare oggetto di ridiscussione questo sabato con il Governo. Nessuno sembra prendersi la responsabilità di aver spalleggiato “a parole” Marchionne, nessuno, né Renzi né Bersani, per dire. Così come Diego Della Valle, discutibile, discutibilissimo per altri versi, viene crocifisso per aver detto della Fiat e della sua dirigenza quello che la realtà sta urlando da tempo. Ossia nessuna attenzione per il Paese, né per i lavoratori, totale attenzione per i propri interessi di management o addirittura personali oggi sub specie serba. Apriti cielo: Marchionne e il giovane Elkann (non Lapo, in procinto di sostituire i resti di Montezemolo alla Ferrari, il fratello…) gliene hanno dette di tutti i colori. Non importa se Della Valle questa volta ha ragione, qualunque cosa gli si possa imputare: l’importante è discutere del “livore” delle sue parole e non della veridicità di ciò che ha detto. Ed è un processo che riguarda ormai da un pezzo un pò tutti. Non conta la realtà o la verità delle cose, ma le parole per dirle meglio se gonfie di impostura. Come per anti-politica…Ci sveglieremo, o meglio ci sveglieremo in tempo?

    Postato da Redazione
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