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    11
    set.
    2012

    Medaglie al valore

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    Anche con le Paralimpiadi, Londra ci ha dimostrato che esiste uno sport buono. Ce ne ricorderemo?

    La frase più sensata e rappresentativa è uscita dalle labbra di Sebastian Coe. Per la mia generazione è stato un corridore micro caulescente, dal breve stelo, con una fenomenale resistenza ai ritmi forti del mezzofondo veloce, recordman del mondo e campione olimpico. Memorabili le stagioni a cavallo degli anni 80 con le sfide tra lui, cadetto di college, e Steve Ovett, birraio (non alla lettera…) di Brighton dai rush finali alla portuale rissoso in cui spesso prevaleva. Mi piaceva, Steve, potente quanto l’altro era dinamico, forzuto quanto l’altro era elegante e composto nella corsa, mi piaceva più lui, allora, le volate invece del crono, anche se certamente Sebastian così a occhio sapeva star meglio a tavola… Chissà dov’è ora, Ovett.

    Sappiamo tutti però dov’è Coe, politico sportivo di primissima fila, a capo di Olimpiadi e Paralimpiadi di Londra, una specie di baronetto (lo è alla lettera, naturalmente) in luogo di un Montezemolo nostrano solitamente in cariche analoghe per meriti tutt’affatto diversi… Che cosa ha detto di decisivo Coe dopo un’edizione di pieno lustro olimpico partita tra le paure e i serragli e arrivata trionfalmente all’epilogo con delle Paralimpiadi memorabili? Ha detto appunto: “In questo Paese da adesso non penseremo più allo sport nella stessa maniera. Non penseremo più alla disabilità nella stessa maniera”. Ha ragione. E quanto si vorrebbe che queste finestre culturali spalancate sul mondo da Londra si aprissero anche da noi , pur notando un’indubbia crescita di sensibilità almeno nei confronti della disabilità (a cultura sportiva invece siamo purtroppo ancora e sempre all’anno zero, resta per lo più una lizza di poltrone, come nel resto).

    Ben vengano campioni di vita come la Minetti (Annalisa, le omonimie spaventano…) o Zanardi o tutti coloro che hanno partecipato o vorrebbero averlo fatto. Ben venga uno show particolare, misto di gioia e lacrime, come quello capitanato da Oscar Pistorius pur a cavallo tra Olimpiadi “normali” e Giochi circoscritti. Anche se è verissimo, malgrado la giustezza del verbo di Coe corridore di mezzofondo da “solitudine omonima” (cfr. libro e film…) e la dimostrazione di grande afflato umano trasmessa da queste gare speciali, che il rischio di trasformare tutto e sempre in merce incombe nel pugno di Damocle.

    Dove finisce la poesia dell’esistenza e dove comincia il prodotto all’incanto delle tv? Difficile stabilirlo, fino a ieri o a ier l’altro la sordina teneva questa umanità – dolente da un lato e straordinariamente ricca dall’altro – in un mondo a parte, e adesso si sgomita per il proscenio: è tutt’oro quel che luce? Forse no, ma è un rischio da correre, o anche solo impossibile da evitare. E l’altra faccia della medaglia è riassunta perfettamente dalle frasi di Sir Sebastian , una specie di Pelé della corsa quanto l’amato Ovett ne era il Garrincha, o il Maradona… Nel bilancio resta l’orgoglio britannico di essere venuti a capo anche di questa sorta di “colonizzazione culturale sportiva” nei confronti di un’opinione pubblica planetaria almeno in parte ancora molto indietro.

    Si muove sul medesimo crinale della solidarietà e della sensibilità la Nazionale di Prandelli, stasera in campo contro Malta (!!?!!!) nelle qualificazioni ai Mondiali a Modena come epicentro di attenzione alle zone terremotate. Che si sono strette attorno a simbolo e giocatori per cercare unità e sopravvivenza. È l’ennesima conferma da un lato di ciò che potrebbe e dovrebbe significare lo sport nella sua essenza più “carotabile”, in profondità, verso una radice ludica e mitica che coincide con l’uomo, e dall’altro delle responsabilità e delle colpe che non facendo come deve finisce per assumere. Il calcio e il tricolore va bene se non è finto, posticcio, retorico, se tocca i cuori e li riscalda anche solo per un momento. Averne fatto volgare carne di porco, con tutti gli scandali che sappiamo, ma anche con questa coperta indifferenziata di insensibilità al mondo circostante, è un reato antropologico e culturale grave, gravissimo, assai più che vendersi una partita. Ben vengano dunque segnali rigenerativi anche solo abborracciati come quelli che manda questa Nazionale e chi la consiglia, oltre il rendimento di Destro – l’attaccante giovane più promettente del momento a giudizio probante dei suoi stessi colleghi – e la curiosità per un Peluso ancora grezzo ma fornito di quei fondamentali che fanno il giocatore, oppure ancor di più per un Insigne che in altri paesi sarebbe già esploso compiutamente. Il talento a volte urla, è impossibile non sentirlo. Ed è la parte buona, resistenziale del pallone come business.

    La parte cattiva ondeggia tra il grave e il ridicolo. A Pescara si torna a parlare di Piermario Morosini, il ventiseienne del Livorno morto in aprile, in campo, con il successivo lutto rotondolatrico: il magistrato ha iscritto nel registro degli indagati tre medici, uno del Livorno, uno del Pescara e uno del 118 locale. Il mancato uso del defibrillatore, pare. E di certo un mondo che non fa sconti alla salute, con i risultati che si vedono. E intanto a Cesena, un ambiente solitamente tranquillo, in B l’appena retrocesso club dopo tre partite tutte perse compie l’ordalia familiare al contrario. Il presidente Igor esonera il Mister, alias suo fratello Nicola. Forse indipendentemente da meriti, demeriti e risultati, il familismo andrebbe tenuto a bada comunque: il percorso d’andata tra i “brothers” campedellici era stato discutibile, quello di ritorno fa sorridere…

    (Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano)

    Postato da Redazione
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