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    01
    ott.
    2012

    Cosa ci insegna il caso Sallusti

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    di Alberto Spampinato, www.ossigenoinformazione.it
    Roma, 27 settembre 2012

    Il caso Sallusti ha molti aspetti e, ferma restando la solidarietà incondizionata a Sallusti, ci sarà modo di esaminarli tutti. Ma c’è un dato saliente da cogliere subito: il nostro è proprio il paese delle emergenze. Lo è anche per i problemi dell’informazione, che sono venuti in piena luce soltanto sull’onda dell’emergenza e soltanto quando hanno coinvolto un giornalista di grido.

    Il caso Sallusti dimostra che questo genere di “incidente” non era nuovo e non era imprevedibile. Nasce infatti dal fatto che in Italia l’informazione giornalistica – che per definizione è un infrastruttura essenziale della democrazia – è regolata da mostruosità giuridiche che la limitano fortemente, che restringono la libertà di espressione e consentono di intimidire giornali e giornalisti.

    L’esistenza allo stato dormiente di queste norme, proprie dei regimi autoritari, era conosciuta ben prima che i giudici le risvegliassero per condannare al carcere il direttore del Giornale, facendo gridare allo scandalo. Infatti senza suscitare obiezioni la Cassazione ha potuto replicare all’ondata di critiche con queste semplici parole: è la legge.

    Anche i più riluttanti a crederlo hanno così dovuto ammettere che nel nostro ordinamento permangono queste ed altre norme anacronistiche che risalgono al Codice Rocco. Ma chiediamoci quanti di coloro che oggi gridano al liberticidio sono disposti a riconoscere perché queste norme sono sopravvissute alla transizione alla democrazia repubblicana e ai successivi ammodernamenti dei codici: per un’unica inconfessabile ragione, perché la piena libertà di stampa e di critica avrebbe instaurato un sistema di controllo che avrebbe costretto i poteri e i potenti a restare più rigidamente dentro i confini della legalità e delle proprie competenze.

    Ogni limitazione è invisa al potere, che per natura tende a disconoscere ogni confine, e ciò è più che mai vero nel nostro paese e ha spinto a mantenere strumenti di deterrenza d’altri tempi propri di ben altri regimi, da attivare al momento opportuno. E’ duro ammetterlo. Si fa fatica ad ammetterlo. Ma è così. Molti fatti lo dimostrano. Ne citerò solo qualcuno.

    Ad esempio, il fatto che pochi, pochissimi si siano stracciate le vesti quando questa condizione di libertà condizionata della stampa è stata certificata in modo inequivocabile dai più autorevoli istituti internazionali che misurano l’effettiva libertà di informazione nei vari paesi.

    Nel 2005-2006 e poi ininterrottamente dal 2009 ad oggi questi istituti hanno comunicato alla comunità internazionale che in Italia l’informazione non è libera come in tutti i paesi europei nostri confinanti,

    ma è “parzialmente libera”. Non è una differenza da poco. Questo spread relativo ad uno dei diritti umani fondamentali avrebbe dovuto far risuonare un allarme ben più forte di quello relativo al gap di affidabilità dei titoli pubblici emerso in questo ultimo biennio. Invece questo spread di diritti ha lasciato indifferenti. Pochi ne hanno parlato e non ne è derivata alcuna decisione per ripristinare la piena libertà ed evitare gravi distorsioni come la condanna al carcere di Sallusti per diffamazione, come le centinaia di episodi di intimidazione documentati in questi anni dall’osservatorio Ossigeno.

    Questi e altri richiami internazionali sono caduti nel vuoto: quello autorevolissimo delle Nazioni che risale al 2004 e riguarda direttamente proprio la previsione del carcere per i giornalisti accusati di diffamazione: quello del Consiglio d’Europa e quelli di altre autorevoli organizzazioni, da ultimo uno dell’ istituto indipendente del Regno Unito Article 19 che a marzo del 2011 ha rivolto un appello alle principali autorità italiane prendendo spunto proprio da una vicenda analoga a quella di Sallusti, una vicenda che avrebbe dovuto suscitare lo stesso scandalo: la condanna a Chieti di due giornalisti a una pena detentiva senza sospensione condizionale per diffamazione aggravata. Nessuno ne ha parlato.

    Ma appariva già chiaro in quel richiamo perché la legislazione italiana sulla stampa sia considerata arretrata e lesiva del diritto di espressione rispetto a quella in vigore nel resto dell’Europa: oltre che per i noti irrisolti problemi del conflitto d’interessi impersonato da Berlusconi e per l’alta concentrazione della proprietà editoriale televisiva e delle risorse pubblicitarie in poche mani, perché in Italia c’è un numero alto, senza eguali, di giornalisti minacciati e costretti a vivere sotto scorta, e perché i giornalisti italiani sono indeboliti dalla qualificazione penale della diffamazione a mezzo stampa e dal fatto che per questo reato è previsto il carcere per i giornalisti; e perché è già accaduto nella realtà che giornalisti italiani siano stati condannati a pene detentive, sia per diffamazione, sia perché il codice penale non riconosce pienamente il segreto professionale e il diritto alla riservatezza delle fonti. Per tutti questi motivi che limitano la libertà di espressione l’Italia risulta indietro rispetto a paesi quali l’Armenia, la Bosnia Erzegovina, la Georgia, la Moldavia, il Montenegro e l’Ucraina che hanno già abolito il regime penale per la diffamazione…

    In questi anni è stato difficile parlare di queste cose perché su tutto ha pesato il fattore Berlusconi e così anche una questione di diritti umani è diventata materia di scontro politico. Ora il caso Sallusti ha realizzato una unanimità di reazioni che può permetterà di risolvere almeno le questioni più acute.

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    Postato da Redazione
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