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    02
    nov.
    2012

    Fiat, Marchionne e i 19 in mobilità: questo il futuro del lavoro che avanza

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    marchionne_fiat

    Mi sarebbe piaciuto dedicarmi al dico-nondico-ridico di Berlusconi (guai a chiamarlo Berlusca, è offensivo…) in partenza per una rigenerante vacanza in Kenia, a Malindi con Briatore (similia similibus curantur…), a proposito del sostegno al governo e delle prospettive elettorali di un Pdl in bambola. Come pure avrei voluto chiosare il “lei non sa chi sono io” della signora Bersani a quanto pare incappata – secondo la vittima – in una trappola mediatica… non imparano mai, non c'è verso. Ma oggi non me la sento. Urge la faccenda Fiat, una davvero brutta, bruttissima faccenda.

    Il caso-Marchionne (sempre più Marpionne, copyright Dagospia…) sta diventando sempre più l'autentica cartina di tornasole della crisi italiana, e magari non solo di quella. Non parlo delle polemiche del capataz Fiat contro Firenze, che hanno offeso i fiorentini (io a dire il vero me ne frego…) per cui adesso il supermanager italo-canadese compra pagine di giornale per scusarsi, a dimostrazione che almeno in fatto di comunicazione non è proprio un fulmine di guerra. E neppure delle sue opinioni politiche su Monti e il governo insostituibile, rispettabili come tutte anche se leggermente sospette di conflitto di interessi. No. Qui si parla dell'iniziativa in base alla quale la Fiat intende mettere in mobilità 19 operai di Pomigliano per saldare il conto dei 19 reintegrati da un giudice del lavoro.

    Ci penso su, ma non mi ricordo su due piedi episodi così rappresentativi di un abisso lavorativo, sociale, morale, politico e dunque “culturale” nel suo significato più profondo, dei valori di una nazione. Per distrarmi penso alla canzone del famosissimo “L'isola del tesoro”, di Stevenson, con i 15 (non erano 19…) uomini che ballano sulla cassa del morto, ma tu dimmi!, in una faccenda di pirati e di r

    icchezze che magari ha qualche punto in comune con il marchiano Marchionne. E non voglio neppure lontanamente rifarmi a suggestioni terribili, quali le rappresaglie belliche da Fosse Ardeatine… Meglio la ballata di cui sopra.

    Ma insomma, anche solo di passata avere l'idea di una simile iniziativa per “correggere l'operato della magistratura e tenere a bada il sindacato” (il virgolettato è arbitrariamente mio per una necessità di evidenza e non di citazione) creando le condizioni per un odio operaio intrinseco mette paura. Vuol dire fregarsene delle ferite che così vengono inferte a un tessuto sociale, quale è quello della Fiat ma subito dopo quello complessivo italiano, in un momento in cui forse gli operai sono leggermente più in crisi di Marchionne medesimo. L'hanno chiamata “guerra tra poveri“, indotta da una simile prospettiva.

    Questa è una lettura superficiale, dolorosa e giusta ma superficiale: scavando appena un poco, ecco apparire un'idea di lavoro, di dignità del lavoro, di mercato sostenibile e di società compatibile con gli alti e i bassi della finanza – leggi economia di carta di cui anche la Fiat di Marchionne è magna pars – che fa a pugni con un minimo di ragionevolezza e di rispetto della persona, di qualunque persona. E' alla lettera inumana. Un mondo alla deriva, in cui Marchionne imbarca acqua mentre si libera della sua “zavorra” operaia scambiando reintegrati con licenziati, intendendo così far riprendere la navigazione agli altri, a quelli che hanno il pelo sullo stomaco sufficiente per assistere all'annegamento dei colleghi: una vergogna, e il colmo è che questa sembra piuttosto una via infallibile per far naufragare “anche” l'azienda di cui lui figura al timone. Bravo, bravo davvero…

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    Postato da Redazione
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