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    03
    gen.
    2013

    Il concerto di Napolitano

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    Come è stato l’ultimo discorso di fine anno di Napolitano presidente? Forte, pregnante, rivoluzionario oppure moviolesco, prevedibile, timido? Insomma, più vicino al concerto di Capodanno di Verdi dalla Fenice di Venezia con i belletti risorgimentali oppure a quello classico della Filarmonica di Vienna? E nel secondo caso, più Wagner o lo Strauss di polka e mazurka (più Strauss, più Strauss….)? Il dibattito è aperto, reso più interessante del solito drammaturgicamente dall’epilogo del settennato in vista delle elezioni e dal rapporto in qualche modo edipico tra Napolitano e Monti: che l’ha ferito senza ucciderlo, per cui Laio parla ancora… Ma l’esegesi politologica è cosa per massimi esperti, e quindi qui mi limito a estrapolare solo qualche nota dal Concertone del Quirinale magari partendo da una ricorrenza, il decennale della scomparsa di Giorgio Gaber. Oltre alla satira sullo spappolamento di destra & sinistra, quel geniaccio cantava “Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

    C’è più consapevolezza e italianità nella formula amara di Gaber, temo, che in mille altre profferte nazionalistiche per lo più posticce. Non mi riferisco naturalmente al Presidente della Repubblica, che pure ha esordito prima del cenone (pare “cenino” per un numero sempre più alto di compatrioti) con un invito alla fortificazione della nostra “unità”. Benissimo, tutti d’accordo. Ma come, e perché, e in vista di che cosa? Del “per fortuna” gaberiano o del suo “purtroppo”? Altrimenti detto, che idee ha oggi Napolitano del Paese che guida? C’è un’identità italiana riconoscibile? Culturalmente è un popolo con un identikit cui rifarsi “per fortuna o purtroppo”? E nel caso, Monti ha contribuito a coltivare quest’identità, l’ha depressa ulteriormente oppure non si è mai neppure posto il problema? Personalmente propenderei per la terza ipotesi, in un paese all’avanguardia in Europa, sì, ma della regressione in fatto di analfabetismo di ritorno. Ma di questo nulla, nelle parole di Napolitano. E’ vero, il rispettabilissimo Presidente è tornato sulla questione meridionale, ma in un anno Monti messo a Palazzo Chigi da lui ha ulteriormente affondato tale questione. E gli indicatori di questo inabissamento ci hanno inseguito da Berlusconi a Monti, anche se il tampone allo spread ha funzionato. Per ora. E sulla pelle e le tasche delle fasce più deboli.

    E’ vero, dal Colle si è tuonato sulla “passività in Europa” dell’Italia. Ma da un comunista di antico e nobile lignaggio come Napolitano davvero non ci si poteva aspettare un riferimento più acuminato all’Europa sofferta di Altiero Spinelli ridotta oggi invece a un circolo bancario? E via così… In definitiva, mi colpisce che paiono tutti e sempre nati sotto un cavolo, avulsi dal contesto specie se il contesto è pressoché spaventoso. E poi che nessuno si dolga mai di nulla di personale ovvero di politico, che nessuno abbia la voglia catartica (nel Paese del Vaticano che sostiene Monti…) di ammettere colpe o almeno responsabilità. (Tele)spettatori tanti, qualche testimone meglio se augusto e dall’alto, ma correi o corresponsabili mai. E poi dice che i voti li prendo Grillo e magari Ingroia… Quelli finora non ci sono stati…

    Postato da Redazione
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    sal. ricciardini .
    03/01/2013 alle 19:44
    Non so quanti italiani abbiano acoltato il racconto del Presidente in capo,quasi dux.Io mi onoro di non averlo ascoltato quest'anno e mai .Suona falso tutto,e la Tv è qualcosa di palloso ,non parliamo dei giornalisti.La brava e bella Sonia Sarno che una volta lavorava per tele padania ,adesso riporta i commenti del Monti.ciattolo. Addio sogni di gloria.

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