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    18
    feb.
    2013

    Agenda cinese in cima attenzioni conclave

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    Luis Antonio Tagle, cardinale di Manila
     
    Luis Antonio Tagle, cardinale di Manila

    di Francesco Scisci – Il Sole 24 Ore

    Con Tagle la Chiesa strizza l’occhio alla Cina. Dietro la candidatura del cardinale filippino di origine cinese c’è l’idea di lanciare un ponte verso l’Asia dove i cattolici sono una minoranza

    Il conclave che si aprirà tra ormai solo qualche giorno presenta una novità storica per la Cina e per l’Asia. Stavolta tra i candidati in pole position al papato c’è un filippino di origine cinese, Luis Antonio Tagle, cardinale di Manila.
    Gli espertissimi delle sacre stanze raccontano che si tratta di una candidatura messa lì per fare apparire la Chiesa davvero universale, lanciata verso quell’Asia dove i cattolici rimangono una sparuta minoranza. Allo stesso modo alla morte di Wojtyla tra i papabili venne inserito il cardinale indiano Dias. In entrambi i casi si tratta di possibilità minime.
    Eppure poi Dias assunse la potentissima poltrona di prefetto di Propaganda Fide, il numero 3 o 4 della Santa Sede, e allo stesso modo Tagle, anche se bocciato al sacro Soglio potrebbe avere un domani incarichi importanti a Roma. Ma la questione oggi va al di là della facciata. La candidatura rappresenta una novità politica poiché per la prima volta nella storia della Chiesa un signore di origine cinese potrebbe divenire capo della più grande religione del mondo, cosa che porta Pechino oggettivamente in prima linea nel conclave.
    Per la Cina la questione cattolica è arcana e per molti versi incomprensibile. La Chiesa cattolica è stata per molti anni uno spettro: la forza politica che con un Papa polacco ha scosso la Polonia e quindi ha minato le fondamenta dell’impero sovietico. Poi ha assunto anche un’altra dimensione, visto che la stessa Chiesa ha invece sostenuto il morente regime di Castro a Cuba. Senza l’appoggio papale quello sarebbe probabilmente già morto. Quindi la prospettiva, anche distante, di un papa cinese o quella, più realistica di un alto prelato in Curia cinese, pone il problema di come costui si comporterà con Pechino.
    I cattolici in Cina sono un’infima minoranza, meno dell’1% e quindi non possono giocare il ruolo che hanno in paesi a maggioranza cattolici come la Polonia o Cuba. Eppure un atteggiamento positivo o negativo della Chiesa verso il governo di Pechino può avere un impatto nella delicata chimica della politica internazionale, dove la Cina naviga in acque già difficili e che probabilmente potrebbero complicarsi per l’impatto

    che la sua crescita ha su economie e società di Paesi vicini e lontani.
    Già si è visto che l’ex cardinale di Hong Kong Zen, con il suo atteggiamento di confronto a volte duro con le autorità del territorio, ha avuto un impatto negativo molto ampio, che andava ben al di là degli appena 300mila diocesani di Hong Kong, meno del 5% della popolazione locale. Viceversa l’atteggiamento più positivo del suo successore, Tong, sta invece aiutando l’amministrazione di Hong Kong.
    Non è chiaro però come la Cina possa trarre vantaggi o svantaggi da un’attenzione più mirata verso il Vaticano, anche se stavolta sembra essere tirato per i capelli nel conclave. Più chiare sono le mire romane verso la Cina. Con oltre il 20% della popolazione mondiale e un ruolo leader in un pezzo di mondo patria del 60% della popolazione e appena il 4-5% di tutti i cattolici, la Cina è la sfida di medio lungo termine della Chiesa.
    Se i cattolici non gettano una ferma testa di ponte lì fra qualche decennio Roma potrebbe declinare nel suo peso specifico spirituale in tutto il mondo. Insomma, come prosaicamente si dice nelle aziende, bisogna essere in Cina o fra dieci anni si è irrilevanti nel mondo. Solo alcuni a Roma però hanno chiara e marcata tale urgenza, e forse nessuno sa bene come trasformare praticamente questo appello in una vera strategia di evangelizzazione.
    In ogni caso c’è però una disparità di interessi. Pechino è marginalmente e quasi obtorto collo interessata a Roma, Roma invece sa che Pechino è una priorità e forse è “la priorità”. Questa disparità di interesse porta oggettivamente la Chiesa in una posizione difficile. Mentre il Vaticano non deve spiegare a nessuno chi è e cosa fa, a Pechino lo deve fare, perché semplicemente gli altri non capiscono e sono travolti da altre priorità: le questioni sociali ed economiche interne, e la ragnatela di relazioni internazionali che si complica quasi giorno per giorno.
    In teoria la Chiesa potrebbe essere utile su entrambi i fronti, potrebbe essere un viatico con l’Occidente tanto sospettoso della crescita cinese, potrebbe essere una mediazione culturale con un mondo che non capisce la Cina e che la Cina non capisce. Ma sono tutte ipotesi di lavoro molto vaghe. Queste però saranno subito sul tavolo del prossimo Papa, qualunque sia la sua origine.

    Postato da Redazione
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