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    13
    feb.
    2013

    Il pallone bucato dal dito medio

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    Delio Rossi espulso contro la Roma: dito medio e insulti a Burdisso
     
    Delio Rossi espulso contro la Roma: dito medio e insulti a Burdisso

    Il latino torna in auge almeno per qualche ora, con le epocali dimissioni di Benedetto XVI. Dimissionario,

    non esonerato… E i latini dicevano in medio stat virtus, non riferendosi però al dito medio della mano dritto come un fuso, alla Cattelan davanti a Piazza Affari. Così non c’è alcuna virtù nel gestaccio che ha fatto “lazialmente” il tecnico Delio Rossi al giocatore della Roma, Burdisso, domenica a Marassi. L’avrà pure provocato, e certamente il clima da campo fino a un certo punto può giovarsi di una sorta di franchigia, alla base della quale c’è un comune sentire micro-ambientale, da eco-tifosi suddivisi tra campo, spalti e studi  radiotelevisivi. Ma come direbbe forse sempre in latino, il suo, assolutamente speciale e poco papalino, l’ascendente federale Lotito, c’è una misura nelle cose, e il nocciolo è quel certo punto di cui sopra.

    È ormai straevidente a tutti che è stato completamente perso il senso della misura, e anzi sembrano più o meno tutti felici di mostrare i loro parossismi. Gli episodi sono tantissimi, ma quello di Rossi esemplifica troppo bene il concetto, senza scivolare sul portiere della Fiorentina, Viviano, decisamente più hooligan che goalkeeper, che getta per terra la maglia juventina di Pirlo “naturalmente” per un equivoco. Rossi, persona per bene ed eccellente tecnico, aveva già in passato dato segnali di esasperazione, in senso “tifoso” quando festeggiando la Lazio si era gettato (senza monetine? Con assegni?) nella Fontana di Trevi, in condizioni psicodrammatiche quando nel maggio scorso scazzottò l’efebo viziato Ljajic sulla panchina della Fiorentina.

    Ora, tutto dovrebbe fare uno marchiato da un episodio simile, nel resoconto del quale era stato da molta stampa (quorum ego) “graziato”, ossia non giustificato bensì spiegato, meno che ripetersi in questo agire da suburra. Che poi si scusi, che si prenda multe e due giornate di squalifica, non focalizza più di tanto le cose. Il punto di fondo è che il teatro brucia, il teatro-Paese e il teatro-stadio, e già se gli attori sul palcoscenico (del Paese, dello stadio) consapevolmente si comportassero in modo acconcio saremmo comunque lontani dalla soluzione di problemi esiziali (per il sistema, per il sistema-calcio). Figuriamoci se questi “fortunati” sbroccano continuamente, in campo, in panchina e fuori.

    “Deus amentat quos perdere vult”, commenta Lotito da casa sua…, forse pensando ma senza confessarlo in tempi di dimissioni papaline che uno come lui è davvero sprecato “solo” come presidente della Lazio. Ma adesso che si candida… E tornando agli “sbroccati”, essi vengono da un lungo percorso di incosapevolezza e fondamentalmente di maleducazione, sia sportiva sia generale.

    Non credo che sia necessario stigmatizzare la seconda, ormai depositata nel dna italiano come valore da esporre, alla “W Corona”, in una interminabile stagione berlusconiana. Ma per la prima, la consapevolezza, invece forse c’è da ribadire il concetto. Tutti gli attori della “commedia rotonda”, “tragedia” per alcuni sia pure virgolettata, farsa per altri alla luce per esempio del bubbone scommesse, hanno enormi responsabilità comportamentali e non se ne danno per intesi. Per loro gesticolare come un becero sugli spalti, zittire il pubblico alla Balotelli (pubblico troppo spesso al diapason del becerume) che parcheggia nei posti degli handicappati, financo recitare in campo come vittime di guerra è assolutamente “normale”.

    È questa normalità che andrebbe combattuta quale virus contagioso che peggiora lo stato di salute del popolo da stadio e studio tv. Non è normale, o almeno è diventata “troppo normale” la simulazione continua di calciatori “abbattuti” subito in palla in confronto a ciò che accade all’estero, in Europa. E non è normale il cinquantenne Rossi che perde la trebisonda ormai con preoccupante periodicità. Figuriamoci i più giovani, verrebbe da pensare. Di fronte a questo scolora il solito Berlusca che offende Allegri (“ma no, scherzavo!”) come prende volgarmente per il sedere (virgolettato e non) una dipendente di un’azienda in una convention elettorale.

    Oppure sbiadisce il tecnico del Torino Ventura che di fronte a un rigore non concesso contro l’Udinese se ne esce con un sacrosanto “Ma che colpa abbiamo noi?”, non un refrain della famosa canzone degli anni ’60 dei Rokes ma un riferimento al rigore fasullo dato al Milan contro l’Udinese medesima otto giorni fa. Per un campionato peggio che falsato, semplicemente troppo “maleducato”.

    Postato da Redazione
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