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    18
    mar.
    2013

    Coincidenze geopolitiche per Vaticano e Cina

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    di Francesco Scisci per Il Sole 24 Ore

    Pechino potrebbe trovare nella Santa Sede una via per agevolare lo scambio tra la propria cultura e quella dell’Occidente

    Per i Papi i nomi sono dichiarazioni programmatiche del governo della Chiesa e il nuovo pontefice massimo della Chiesa cattolica ha scelto di chiamarsi non a caso Francesco, come il santo di Assisi del XII secolo, ma da gesuita anche come il grande gesuita Francesco Saverio, l’artefice delle missioni in Asia e Cina nel XVI secolo e l’uomo che in Cina mandò Matteo Ricci.

    La Cina è attenta e preoccupata per il concetto di soft power, la capacità di influenzare e condizionare la politica in maniera indiretta. Il soft power della Chiesa, immenso e senza paragoni, è un punto di attenzione particolare, sono le vere “divisioni del Papa”.
    Il cattolicesimo è la più grande religione unitaria del mondo e quella che ha di gran lunga l’apparato spirituale più influente. Ci sono gli oltre 1,3 miliardi di suoi battezzati (quanti i cinesi) che ogni settimana ripetono il rito di adesione alla loro fede e alla loro parrocchia partecipando a una messa, inoltre il Vaticano può contare su milioni di volontari, centinaia di migliaia di preti, diaconi e funzionari di varia natura, migliaia di vescovi sparsi in ogni angolo del pianeta. Infine il Papa è influente su centinaia di milioni di protestanti e un numero minore, ma pure cospicuo, di ortodossi, pur nati o cresciuti a dispetto di Roma, ed è tradizionalmente rispettato nei Paesi musulmani, divisi in migliaia di moschee e mullah con in tutto forse 1,5 miliardi di aderenti.

    Oggi come non mai questo immenso potere, diretto o indiretto, presenta segni profondi di crisi e spaccatura, che sono anche questioni materiali e non solo di teologia, come è proprio per una religione che ha indossato consciamente i paramenti della tarda fase dell’impero romano, e li ha fatti sacri. Pechino sa che la Chiesa è conscia del proprio potere. E paradossalmente le tante criticità della Santa sede riportano con più forza l’attenzione cattolica sulla Cina.

    Si sa, il primo immenso problema che già dall’inizio ipoteca il papato che sta per cominciare è quello delle molestie sessuale. La questione è morale, e quindi di credibilità complessiva nell’opera di evangelizzazione, ma anche mondanamente di denaro. La Chiesa americana, quella più sotto assedio dalle accuse, ha fornito finora oltre il 40% dei fondi del funzionamento del Vaticano, pur avendo forse appena il 5% dei cattolici globali.

    Qui il governo di Barak Obama ha in passato minacciato di togliere i limiti temporali (lo «stature of limitations») per citare in tribunale parrocchie e diocesi colpevoli di aver coperto preti molestatori. Le diocesi, infatti, in caso di accuse per molestie sessuali hanno sempre scelto di pagare pur di evitare processi pubblici che potrebbero diventare spettacoli umilianti per la Chiesa.
    Se si tolgono i limiti temporali per le accuse di molestie, presunti

    molestati di 20, 30, 40 anni fa potrebbero citare tutte le diocesi americane mandando al fallimento tutto il cattolicesimo in Usa. I cattolici americani potrebbero restare senza nemmeno le chiese in cui pregare, e senza un dollaro da versare a Roma, portando quindi in pratica alla bancarotta la Chiesa cattolica globale. Quindi oggi come non mai la questione delle molestie sessuali dà all’amministrazione americana un potere immenso sulla Chiesa. Una situazione simile è in Europa, dove peraltro diversamente che negli Stati uniti, le chiese sono vuote e le collette delle elemosine si vanno spegnendo.

    Per sfuggire il più rapidamente possibile a questo ricatto la Chiesa dovrebbe sviluppare “mercati alternativi”. Questa è poi una sfida sia di breve periodo che di lungo termine. America Latina, Africa e soprattutto Asia presentano sfide diverse. L’America latina, ex colonia della cattolicissima Spagna, è sotto attacco degli evangelici, che stanno facendo moltissimi proseliti in queste terre una volta riserva esclusiva di Roma. Per i cattolici più rigidi sembra che questa evangelizzazione sia l’altra parte della congiura protestante che in Usa soffia sul fuoco delle polemiche delle molestie sessuali. Qui meno fedi significa direttamente meno fondi.

    Le cose vanno meglio nell’Africa subsahariana, il continente dove la Chiesa è in maggiore crescita, con oltre 170 milioni di fedeli. Ma anche qui i problemi sono enormi. La poverissima Africa oggi e in futuro è ben lontana da rimpiazzare la diminuzione di elemosine da America ed Europa. Inoltre la qualità della Chiesa in Africa, che si diffonde in zone profondamente animiste, ha problemi di ogni tipo, dai sacerdoti quasi normalmente sposati con figli ai preti stregoni.

    In mezzo i rapporti con il mondo musulmano, che per certi versi sono in effetti i migliori da secoli. Non c’è opposizione frontale, non ci sono guerre più o meno sante come nei secoli passati. Ma cristiani, lì da sempre, sono costantemente espulsi in una pratica perdurante quasi di pulizia religiosa. Nel frattempo i ricchissimi sceicchi finanziano moschee e mullah in Europa e America, convertendo con emigrati e nuovi musulmani il panorama di aree una volta esclusivamente cristiane. Che fare con questa nuova doppia sfida dell’islam è un punto interrogativo a Roma.

    Questo riporta tutto all’Asia, problema ancora di breve e lungo termine. Qui, dove l’economia corre più che da ogni altra parte del mondo, abita il 60% della popolazione globale e prestissimo si produrrà la maggior parte della ricchezza del pianeta. Non essere qui allora per la Chiesa, sotto assedio da ogni altra parte, può significare la differenza tra rimanere importante in questo secolo o scivolare su una strada di rapido declino.
    Qui la Chiesa è debolissima e affronta opposizioni più grandi che altrove, l’induismo, l’islam, il buddismo e governi locali senza alcun rispetto reverenziale per il soglio di Pietro. I numeri sono infimi, meno del 5% della popolazione locale, una percentuale già falsata dal fatto che la metà del totale è nelle Filippine. Senza il contributo di Manila le percentuali precipitano intorno al 2%.
    Nel continente, come dice Chiaretto Yan nel suo recente libro pubblicato per la gregoriana «Cina oggi», è difficile pensare a rapide opere di evangelizzazioni. L’unica reale apertura è in Cina, dove al di là dei proclami ufficiali c’è di fatto più libertà religiosa che altrove, dove il locale buddismo è molto debole, e c’è una fame di nuove religioni. A riprova di questo, i protestanti senza alcuno sforzo particolare in un decennio sono diventati circa il 10% della popolazione. Qui i cattolici sono di certo meno dell’1%, forse intorno allo 0,5%, estremamente divisi, e quasi non c’è evangelizzazione. La Cina è la seconda economia del mondo, non ha problemi di accuse di molestie sessuali, ha rapporto di contrasto ma non coordinato con l’Islam, e potrebbe essere la vera risposta complessiva al futuro della Chiesa. La Cina ha inoltre bisogno di comprendere il mondo e di essere compresa. In questo Roma potrebbe avere un ruolo senza pari per integrare questo immenso paese in un globo dominato dagli Usa e dall’Europa.

    Senza Cina, insomma la Chiesa va in difesa a 360 gradi, ma anche la Cina senza la Chiesa può vedere moltiplicati tutti i suoi problemi. Se allora una volta la Chiesa si difendeva a Lepanto, oggi la difesa è a Pechino. Ma anche la Cina senza Roma è molto più debole tra le nazioni.

    Postato da Redazione
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