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    29
    mar.
    2013

    Oliviero Beha: "Il mio terrore ? annegare nel silenzio"

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    olivierobeha

    Il giornalista racconta: “Da piccolo facevo il bagno a San Fruttuoso, credevo di saper nuotare. Mi sono tuffato da uno scoglio e sono rimasto sott’acqua. Ho pensato “E’ finita”. Oggi invece temo lo sfarinamento dei rapporti, la tendenza a non guardarsi negli occhi: cio? che pregiudica il futuro”

    Intervista a Oliviero Beha di Luigi Vaccari, Il Secolo XIX

    Non ha dubbi. “La vera paura, la paura pi? paurosa ?, secondo me, che accada qualcosa a un figlio” dice Oliviero Beha. “Non ? un caso che si sia orfani, vedovi, ma non ci sia un termine che identifichi un padre e una madre che perdono un figlio. E’ troppo contro natura. In realt?, quella per la morte di un figlio si avvicina di pi? alla paura di morire che alla paura della morte. Ho scritto

    sull’argomento, tanti anni fa, una commedia in tre atti: “Notti immemorabili”. La paura della morte ? una scure, un incidente, niente che possa controllare o vivere; la paura di morire ? un fiume, ? temere di morire in vita. Appunto, come accadebbre se ti morisse un figlio”.

    Beha, fiorentino, 64 anni, sposato da 33, tre figli, pi? alcuni adottivi, ? autore, ideatore, e conduttore radio-televisivo, ricordo “Va pensiero”, “Un terno al lotto”, “Radio Zorro”, “Video Zorro”, “Telepatia”, “Brontolo” (attualmente in onda il luned? alle 9 su Raitre); ? giornalista, ha lavorato per “la Repubblica”, “Il Messaggero”, “Il Mattino”, “L’Unit?”, ora collabora con “Il Fatto Quotidiano” e il portale Tiscali, ? scrittore di saggistica, di sport, e ha firmato alcuni pamphlet: ultimo “Il culo e lo stivale”, pubblicato due mesi fa con Chiarelettere. A rebours, a ritroso.

    Chiedo: quando hai conosciuto, per la prima volta, il sentimento della paura?
    Risponde: “Premetto che non ero un bambino pauroso, perlomeno non senza un reale motivo. La paura mi ? entrata dentro all’improvviso, a setto od otto anni: facevo il bagno a San Fruttuoso, Camogli, con i miei, e credevo si saper nuotare. Ma avevo un salvagente. In acqua non c’era quasi nessuno. Ho raggiunto uno scoglio non lontano, vi sono salito, mi sono tuffato. Ovviamente il salvagente ? sgusciato via e, dopo il tuffo, sono rimasto sotto. Quasi un annegato, pochi secondi, una vita. Pensavo di morire”.

    E’ stata un’esperienza traumatica, violenta?
    “Senza aggettivi: un puro dato di cronaca, sia pure bambinesco. Ho pensato “E’ finita”. Niente di metafisico. Prima c’eri e respiravi, dopo non ci sei pi?”.

    Ricordi risvolti particolari?
    “No, quella volta davvero no. Ero soltanto un palombarino involontario in uno scafandro fatto di paura, pi? di l? che di qua”.

    Hai reagito prontamente, per superarla, o ti sei abbandonato al panico?
    “Sono riuscito, dopo molti annaspi, durati forse un minuto che a me ? sembrato ovviamente un secolo, a risalire sullo scoglio deserto. Ho fatto dei segnali, i miei sono venuti a prendermi e ho cominciato da subito a pensare come rifarmi. Gi? pochi mesi dopo mi tuffavo di testa dalla piattaforma dei 10 metri, per provarmi che ce la potevo fare”.

    Si sono presentate altre paure, anche saltuarie, negli anni infantili e negli anni adolescenziali? Paura dell’abbandono? Paura del buio? Paura dei rimproveri? Paura delle punizioni?
    “In generale no. Temo i rettili invece dei leoni, il buio ? relativo. In un mondo che non ti premia, anche i castighi mi fanno un baffo. E neppure i rimproveri mi hanno mai fatto paura. Pensa: a proposito del buio, che ? tra tutti il concetto cosmico pi? interessante, la mia prima figlia, da adolescente, una sera in cucina, mentre rientravo, non voleva farsi trovare ancora in piedi e cos? era al buio. Entrando ho fatto in tempo a sentirla che si sussurrava: “Coraggio, non aver paura, il buio non ha le mani…”. Siamo prigionieri delle metafore”.

    Oliviero Beha afferma che con le paure, “come puoi ben capire”, beh, ci convive psichicamente “non da pauroso”. Gli secca non dormire perch? magari ha molte pi? angosce, ansie o preoccupazioni che paure. “E che non sia un pauroso l’ho verificato, mesi fa, durante un tentativo di rapina alle porte di Napoli, nel traffico. Mi hanno puntato una pistola carica alla tempia, per rubarmi l’orologio. Non gliel’ho dato. E’ andata bene. L’amico che era con me, assai pi? nel panico, mi ha detto: “Rassegnati, a partire da oggi sei ufficialmente un coraggioso”. Magari no, magari ? istinto e basta, o stupidit?. Comunque, un regalo a cui tengo molto”.

    Scrive nei Saggi lo scrittore francese (Michel Eyquem de) Montaigne (1533-1592): “La paura ? la cosa di cui ho pi? paura”. Il tuo commento di non pauroso?
    Montaigne ? un sole intellettuale, per carit?, ma, come ti ho detto, la paura in senso tradizionale, almeno per ora, non fa parte del mio repertorio. E’ quindi un sofisma dire che se l’avessi ne avrei paura. Se proprio vogliamo identificarne un volto particolare, ho paura di non aver vissuto davvero la mia vita, non abbastanza; magari ho vissuto quella di un altro; sono stato episodicamente felice, ma mai sereno. Insomma, non mi sono mai potuto permettere (almeno fino ad oggi) una robusta paura che scacciasse le mie angosce”.

    Quindi la “paura della paura” la ignori?
    “Appunto, non avendola”.

    Oggi, escludendo quella terminale che da sempre accompagna la vita, non hai paure personali? Non temi, per esempio, la vendetta della Natura, devastata e mortificata oltre l’indecenza, i cataclismi, le bufere di neve o di vento, le inondazioni, la siccit?, i terremoti?
    “Tutte queste cosa insieme: in sostanza la non reversibilit? della nostra autodistruzione che ? planetaria, ma anche troppo spesso individuale. La cosa peggiore ? la sensazione della non-vita, o una vita al di sotto di te stesso o dell’idea che hai di te. E’ chiaramente una trappola, o a volte addirittura una prigione. Forse la paura sarebbe addirittura una via d’uscita, un’evasione. Come la fede”.

    E le paure sociali? Che cosa ti angoscia di questo nostro tempo, drammatico per alcuni, insopportabile per molti, pensando anche alle possibili e incontrollabili conseguenze? La scellerata burocrazia, l’indecente peso fiscale, il grande scandalo della sanit?, l’illegalit? e l’immoralit? dilaganti, la mancanza di senso del ridicolo della classe politica: corrotta, bugiarda, menzognera oltre ogni limite, la crescente disoccupazione giovanile, la perdita del lavoro, l’assottigliarsi o la scomparsa dei risparmi?
    “Lo sfarinamento dei rapporti tra gli individui, l’impossibilit? frequentissima di guardarsi negli occhi, la non corrispondenza, nel mondo e nelle persone, tra motore e carrozzeria, tra vita interiore e vita esteriore. Il tutto visto, o meglio percepito, lungo una pericolosa e ripida china, dove sta rotolando indovina chi? Il nostro futuro, cio? i nostri figli. E cos? il cerchio, almeno per me, si chiude sulla mia testa, come l’acqua di San Fruttuoso come tante vite fa”.

    Come ti poni di? fronte alla malattia e al pensiero della morte?
    “Sono stato finora troppo occupato con la vita, le battaglie, le batoste, soprattuto le angosce per angosciarmi con il pensiero della morte. Diciamo rozzamente che non ne ho avuto il tempo. La malattia ? tutt’altro: ? una soglia da conservare. Ho cercato di padroneggiarne in me stesso e negli altri l’idea e il rispetto, e come tutti ne sono rimasto colpito da vicino. Sia socialmente che filosoficamente il rapporto con la salute misura il grado di civilizzazione di una societ?”.

    Concludiamo con un filosofo. “La paura non pu? essere senza speranza” dice nell’Ethica l’olandese Benedetto Spinoza (1632-1677), “n? la speranza senza paura”. Condividi questa affermazione?

    Forse ? la vita che biologicamente contiene la speranza sottoforma della sua trasmissione. Detto da un non pauroso “formidabile”, alla latina letteralmente, qualcosa o qualcuno che infonde paura, questa pu? essere un’epigrafe. Oppure un ossimoro, qualcosa come: una speranza disperata”.

    Postato da Redazione
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