• Biografia
  • articoli
  • scrivimi
  • Oliviero Beha
     
    Home > articoli > Più uomo che mito
    22
    mar.
    2013

    Più uomo che mito

    Condividi su:   Stampa
    Pietro Mennea
     
    Pietro Mennea

    Per riavere titoli cubitali come ai tempi delle sue imprese, come accade ai grandi attori della vita Pietropaolo è dovuto uscire di scena. In un lampo. Un tumore che corre veloce tenuto celato a quasi tutti, lui che era abituato a vivere apparentemente all’esterno, di ciò che faceva, per una lunga stagione sotto i riflettori. In realtà aveva una profonda e contorta vita interiore, ha gareggiato sempre soprattutto contro se stesso, per migliorarsi, per

    dimostrarsi, per conoscersi. Ti veniva incontro scucchia alla Totò e occhi spiritati (dagli allenamenti? Da “quella” vita interiore? da entrambi?) come per aggredirti: ma con coloro da cui non si doveva difendere l’aggressione durava un attimo. Riprendeva una cantilena pugliese sottotraccia, ti fissava come a cercarsi negli altri, sembrava sempre sul punto di metterti a parte di chissà quale segreto. Viveva come correva, con un’energia straordinaria e davvero prima interiore e poi muscolare, implodeva continuamente contro se stesso e almeno in pista ne veniva a capo. Dopo, nella routine quotidiana, molto meno. La sua benzina era in ogni momento la collisione tra la soddisfazione di essere Mennea, prima e dopo esserlo diventato, e il desiderio frustrato e inconfessabile di essere gli altri. Rispettava il suo padre mitico, Livio Berruti, antropologicamente e morfologicamente diversissimo da lui, figlio piemontese della prima Italia della Ricostruzione, di quel sentore di “boom” promosso anche dai giochi di Roma, e per un po’ si è misurato a modo suo con lui. Ma non aveva niente a che vedere né con Berruti né con quell’Italia. Tanto era elegante lo stelo e la corsa dell’uno, quanto era apparentemente sofferta la meccanica dell’altro, in realtà una meraviglia di resistenza all’accumulo di vitalità biotecnica.

    Quanto al clima del Paese, a lui, stortignaccolo del profondo sud, era toccato in sorte la palingenesi dell’Italia americanizzata avviata a consumare qualunque cosa, anche lo sport e lo spettacolo sportivo. Quindi recitò alla perfezione la sua doppia parte, quella di cavaliere onirico delle piste che inanellava record fino al mondiale, lunare (Città del Messico era appena più bassa, e vederlo sfrecciare come “venuto da un altro mondo”, lui, Pietro, dai cancelli sudati e la gente distratta delle Universiadi del’79, mi resta nelle retine come un regalo…). E la parte di post-moderno negoziatore del suo valsente, giacchè se l’atletica-spettacolo era diventata uno spettacolo, beh lui, il protagonista della piéce, aveva diritto a una paga congrua.

    Di fronte si è trovato per una ventina d’anni una specie di Zigfield delle piste, come Berlusconi lo è del pallone e della politica opportunamente miscelati, Primo Nebiolo, da Scurzolengo d’Asti, presidente della Fidal e di tutto il presiedibile. Sono parsi, per una lunga e irripetibile stagione montata su anche a colpi della commovente Simeoni, i “duellanti” di Ridley Scott, contrasti&negoziati continui, Mennea convinto di poter fare a meno di Nebiolo ma contemporaneamente teso a diventare lui, e Nebiolo semiregale gestore del Banco Atletico Internazionale. Poi le piste si sono volte quasi in un peso di memoria, il rientro di Pietro non è stata una grande idea anche se il medaglione di Mosca non glielo poteva togliere nessuno, l’impressione sbagliata che ha lasciato per un po’ nei primi anni senza scarpette è stata che non riuscisse a smettere quei panni. Ma era appunto sbagliata.

    In realtà Mennea, solo contro tutti ed essenzialmente solo contro se stesso, si stava “allenando” per la stagione della “vita vera” anche se a parole non si sarebbe mai espresso così. Per mancanza di cultura? Ma no, per carità, a parte le quattro lauree incamerate come in una ricerca spasmodica di record Pietro era tutt’altro che uno stupido, con un’intelligenza delle cose affatto trascurabile. Solo che una parte di lui, esattamente quella che lo aveva esaltato in pista, riteneva che la “vita vera” fosse appunto quell’altra, quella in canottiera e in inni nazionali e in podii e in lacrime spesso di gioia. Il Pietro in divisa “borghese” ha fatto se non di tutto certo di molto in questi anni, tra uno studio di diritto tributario, un’esperienza da deputato europeo, un continuo movimento politico e sociale sempre dietro l’idea comprovata di essere Pietro Mennea, con tutto quello che rappresentava. Non il superatleta nero americano di turno, che forse appunto sarebbe voluto essere nei momenti di dicotomia anche solo per batterlo come gli accadeva poi tra l’incredulità delle genti. Non l’atleta canonico senza screzi che pensa solo ad allenarsi magari nel buen retiro di Formia dove le sue fatiche scavavano la pietra sotto gli occhi di un personaggio assolutamente straordinario come il suo tecnico ascolano, Carlo Vittori. No, tutto il contrario, eppure vincente.

    In queste decadi è parso spesso una specie di “anima in pena”. Chi dice, fregandosene di un “parce sepulto” stratosferico per il barlettano più veloce del mondo, perché non sapeva cosa volesse e avesse “le contraddizioni dentro”. E grazie, altrimenti non sarebbe stato lui, l’uomo del Messico e di Mosca… Chi, quorum ego, dice invece perché non riusciva a mettere a frutto né per sé né per gli altri la sua grande esperienza, non solo sportiva ma esistenziale a tutto tondo. Quante polemiche pubbliche per uno sport migliore, finché lo sono stati a sentire… Fino alla sua presa di posizione proprio un anno fa contro le Olimpiadi a Roma nel 2020, perché considerava (un po’ come Monti…) “unfit” gli organizzatori… Apriti cielo, apriti Coni… Quanti interventi sulla legalità dentro e fuori lo sport…contro il doping… Quasi a declinare nella quotidianità il motto che è sembrato riassumere la sua carriera e la sua vita, “se voglio posso”.

    Adesso pare che il neopresidente del Coni, Malagò abbia per Pietro un occhio di riguardo postumo. Meno male. In un altro Paese, forse, Giovannino, dove siedi tu ora magari dimenandosi ma poteva esserci lui.

    (Oliviero Beha)

    Postato da Redazione
     commenti
    Commenti
    1
    Lascia un commento
    esmeralda .
    22/03/2013 alle 11:27
    In questi ritratti da brivido, caro Oliviero, riesci a fotografare l'intimo delle persone partendo dai tratti fisiognomici o dai gesti, - magari lo avrai anche conosciuto personalmente- ma quella "scucchia alla Totò" che non risulta assolutamente offensiva perché vera, quel suo ipotetico e ormai impossibile "dimenarsi" nel finale... ad esempio, tanto scomposto rispetto all'innata eleganza di Berruti, che allora ci ha fatto esaltare sorprendendoci, fanno tastare o odorare quella grinta frustrata quella "tigna" da uomo del sud che ce l'ha fatta e ne era orgoglioso...purtroppo come tanti la sua vera vita era quella e dopo quell'altra, si vede che non era la sua ed è stato trascinato via troppo presto. sullo sfondo con pochi tratti la contestualizzazione storica...chapeau!

    Lascia un Commento

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

     
    Newsletter
    Resta sempre aggiornato sulle novità del sito di Oliviero Beha
    * Questo campo è obbligatorio
    Facebook