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    18
    apr.
    2013

    La Cina rallenta: nei primi tre mesi il Pil cresce del 7,7%

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    di Francesco Scisci, Il Sole 24 Ore

    La locomotiva cinese ha rallentato di appena una frazione sul previsto nei primi tre mesi del 2013. Ma in un momento di grande incertezza globale, quando l’Europa fa fatica e la ripresa americana è ancora esitante, il minimo rallentamento cinese, l’unica economia che dopo la crisi del 2008 ha sempre corso a ritmi quasi esasperati, è sufficiente a seminare dubbi nel mondo.

    La crescita del Pil è stata del 7,7%, rispetto al 7,9% di un anno fa e rispetto all’8% che molti economisti si attendevano. Il colpevole del rallentamento è, secondo molti economisti cinesi, la politica del Governo centrale di restrizioni sul mercato immobiliare.
    Nelle grandi città, per calmierare il rialzo dei prezzi delle case, il Governo ha applicato una serie di misure amministrative che impediscono l’acquisto di case. A Pechino per esempio può comprare un appartamento solo una coppia con la residenza e sposata, e possono comprare

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    non più di un appartamento a testa. Questo perché gli appartamenti nelle metropoli erano diventati una specie di investimento rifugio per i ricchi di tutto il Paese, con il risultato che i prezzi andavano alle stelle e i pechinesi o gli shanghaiesi normali, quelli della nuova classe media, non riuscivano più a comprarsi casa.
    In contrasto intere foreste di palazzi nelle piccole città, da uno, due milioni di abitanti, sono state costruite senza essere vendute. La nuova politica di restrizioni sull’immobiliare ha rallentato enormemente il settore che era stato uno di quelli trainanti negli ultimi anni.
    Su questo fronte però non sembra che nel breve periodo ci saranno profondi cambiamenti. Nelle stesse ore in cui questi dati venivano resi pubblici il neo premier Li Keqiang, certamente bene al corrente della situazione, spiegava che per il futuro avrebbe puntato a nuovi elementi per la crescita: creazione di nuovi posti di lavoro e aumento dei salari. Entrambi i fattori dovrebbero incidere almeno nel medio termine sull’aumento dei consumi interni.

    Si tratta di segnali per un cambiamento radicale del modello di sviluppo. Nuovi posti di lavoro possono venire da nuove piccole e medie imprese, che sono per la gran parte private, mentre l’aumento dei salari toccherà invece le grandi imprese, per la maggior parte statali.
    Quindi il premier dice che incoraggerà la crescita delle piccole imprese private e darà invece più pressione su quelle grandi, per lo più di Stato.
    Per questo, a dispetto della flessione dello 0,3% di crescita rispetto alle aspettative l’agenzia ufficiale Nuova Cina ripeteva ieri che la situazione complessiva dell’economia rimane buona. Incoraggiante in questo senso è il lieve ma pur significativo aumento delle vendite al dettaglio con un più 12,6% in marzo, rispetto allo stesso dato del 2012. A febbraio l’aumento era stato del 12,3% e le attese per marzo erano di un 12,5.
    Il Governo si aspetta che le nuove misure in favore delle piccole imprese possano cominciare a dare frutti fra qualche mese. Nel frattempo la ripresa degli Usa si potrebbe rafforzare, e la politica di quantitative easing giapponese potrebbe avere riflessi benefici sull’economia tutta la regione.

    Naturalmente tutto resta un problema di tempi e ritmi. Se i segnali nei prossimi 3-6 mesi dovessero rimanere tiepidi, e il Governo dovesse sentire il bisogno di un’accelerazione ci sarebbero comunque molti strumenti a disposizione per intervenire. La spesa per gli investimenti rimane ancora intorno al 50% del Pil. Con trilioni di riserve nelle casse, e un debito pubblico, secondo ogni calcolo (comunque sotto il 60% del Pil) ancora a livelli buoni rispetto a quelli europei o americani, Pechino potrebbe intervenire sulla crescita. L’attesa però è che il nuovo premier vorrà vedere il frutto delle sue nuove politiche prima di ritornare alle pratiche di intervento macroeconomico.

    Postato da Redazione
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