• Biografia
  • articoli
  • scrivimi
  • Oliviero Beha
     
    Home > articoli > Moratti, l’autunno del patriarca
    16
    apr.
    2013

    Moratti, l’autunno del patriarca

    Condividi su:   Stampa
    massimomoratti

    L’Inter affonda, con quattro sconfitte in cinque partite. E la colpa sembra soprattutto del presidente nerazzurro: troppo tifoso per decidere con freddezza, troppo “nobile” per la trincea

    Non è solo

    la crisi di Stramaccioni onomatopeico fino al midollo, e neppure quella dei giocatori. Non quella dello staff medico e delle corsie ospedaliere né quella degli arbitri infingardi e nemmeno di una dirigenza quasi ventennale attorno al Presidente con poco costrutto (almeno per la squadra…). No. È soprattutto la crisi dell’Inter di Moratti, e del suo modo di stare nel calcio. Troppo vicino, fino ad aderire alla squadra completamente come a un album di figurine, per stare al comando della nave con la freddezza che ci vuole tra i marosi rotondologistici. Troppo lontano per quarti di censo e patriziato dalle “stanze dei palloni” dove si negoziano i campionati perché scevro di astuzie e timoroso che non lo facciano più giocare all’ex “gioco più bello del mondo”. In fondo che altro è questa continua querimonia sulle ingiustizie (leggi difformità/incertezze) arbitrali, spesso sacrosanta, se non una clamorosa riedizione di tanti anni passati a mangiarsi le unghie per gli scudetti persi e le fortune investite?

    Adesso siamo alle quattro sconfitte in cinque partite, con domani il baratro (evitabile soltanto con il coltello tra i denti) di un’eliminazione anche dalla finale di Coppa Italia, e il fusibile in panchina, alias “area tecnica”, è un giovane cadetto di West Point alla vaccinara: allora, 15 anni fa, quando Ronaldo veniva abbattuto a Torino da un Juliano qualunque senza il baffo di un rigore, e la Juve si slurpava l’ennesimo scudetto, il Mister fusibile era Gigi Simoni, anziano e navigato quanto Stramaccioni è giovane e dotato. Ma come si vede cambia poco. Perché? Qual è la malattia dell’Inter che strapazza l’Italia e l’Europa con meriti e aiutini solo durante l’eclissi post Calciopoli, nella pausa tra gli imperi moggeschi e quelli attuali marottiani (ma solo caserecci) in lievitazione? Malattia che appassito il fiore Mancini per altrui “default” e la pianta Mourinho per esaurimento scorte, adesso ha di nuovo contagiato tutto l’ambiente? Pezzo per pezzo, le spiegazioni ci sono, a volte vengono indagate con acribia, qui e altrove le avete trovate spesso. Ma il tutto avviene sotto l’egida sempre approssimativa di Massimo Moratti che tuona ogni tre per due, ma poi accetta obtorto collo di fare la parte dell’antagonista perdente o addirittura del deuteragonista nel solito dramma farsesco arbitrale e subarbitrale (e quest’anno si rischia la comparsata definitiva…). Moratti ha speso troppo, pare oltre un miliardo e mezzo di euro dal 1995, una Finanziaria sportiva mentre arrivano i petrol-rubli russi in società, e francamente ricorda tanto l’opinione che Giulio Onesti aveva della generazione precedente, dico dei presidenti dei club, come il leggendario Moratti padre, Angelo (che però aveva Allodi che gli lavava i panni ovunque: do you remember le storie di Coppa Campioni?). E adesso il Moratti junior, attor giovane invecchiato non abbastanza forte e convinto per ribaltare il tavolo del potere è costretto a tenersi le pigne, e immagino anche Stramaccioni. Che ingaggiato – che so – da un Bologna, probabilmente farebbe l’anno prossimo da giovane in crescita un gran campionato… Per dire che è l’insieme a sbarellare, il coro a stonare tra campo e uffici, non il singolo qualunque ruolo abbia.

    Dell’arbitro di Trieste, Moratti ha diritto di pensare e dire il peggio possibile. Paradossalmente nel peggio (contro l’Atalanta fu inventato un rigore di sana pianta) ancora peggio quello che ha fatto contro il Cagliari Celi, pauroso di fischiare i rigori buoni e disponibile per esaurimento nervi a battezzare quelli fasulli. Ma caro Moratti, è sempre stato così, con o senza Moggi… Fosse stato in De Laurentiis dopo il rigore non dato al Napoli che avrebbe probabilmente cambiato la partita, che avrebbe detto? È ovvio che l’occhio di riguardo è “per” il Milan e non “contro” il Napoli. Per il Milan e di conseguenza contro la Fiorentina, se il posto in Champions rimasto è uno solo. Se Galliani perdesse la Champions sarebbe solo perché si è sarebbe squagliato da solo al caldo, tra l’affetto dei suoi, arbitri compresi. Tutto il resto è califanesca noia, déjà vu, come per l’Inter… Anzi no. C’è un killer seriale in giro per i campi dove si picchia tanto, si corre poco e ci si stupisce se in Eu- ropa facciamo piangere. È uno che ha troncato definitivamente la carriera al laziale Brocchi e adesso ha chiuso la stagione al sampdoriano Krsticic, senza neppure un’espulsioncina… Zeman mi diceva anni fa che è un centrocampista di valore, fra i più forti da lui allenati. Adesso fa lo scarparo professionista. Forse perché il tempo passa per tutti, anche per Matusalemme…

    (Oliviero Beha)

    Postato da Redazione
    Newsletter
    Resta sempre aggiornato sulle novità del sito di Oliviero Beha
    * Questo campo è obbligatorio
    Facebook