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    01
    apr.
    2013

    Non chiamatelo cantautore, non confondetelo con i gorgheggiatori carichi di boria. Non c’è stato nessun artista come enzo jannacci

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    di Ernesto Assante per Repubblica.it Era un intellettuale straordinario, ma allo stesso tempo un meraviglioso saltimbanco, un artista di strada ma anche e soprattutto un poeta, lontano da ogni tipo di ansia, di ricerca di successo… Provare a contenere in poche righe la carriera, la vita, la personalità di Enzo Jannacci è francamente impossibile, troppe canzoni, troppe emozioni, troppo teatro, cinema, televisione. Troppa vita, volendola dire tutta. Vita vissuta per davvero. Sì, perché a differenza di tanti altri Jannacci è stato un artista vero e non ha mai voluto vivere da “artista”. Era rimasto medico, era rimasto in contatto con la vita vera, sempre e comunque, quella vita che era stata fonte di ispirazione per tante, per tutte le sue storie, le sue canzoni, la sua arte. Era un intellettuale straordinario, ma allo stesso tempo un meraviglioso saltimbanco, un artista di strada ma anche e soprattutto un poeta. Jannacci incarnava insomma, un modo di essere cantautore che si era creato e ritagliato su misura, differente da tutti i suoi colleghi, lontano da ogni tipo di ansia, di ricerca di successo, e metodicamente calibrato sul rapporto con il pubblico, con chi decideva di ascoltarlo una volta e poi, inevitabilmente, gli restava legato per sempre. Jannacci ha saputo trasformare la canzone in tante cose differenti, in cabaret, in teatro, in allegoria, in attualità, in cronaca, in poesia, in arte, in divertimento, in equilibrismo e leggerezza, in ricerca e passione. Perché la musica, la canzone, era il centro del suo coloratissimo e mutevole mondo, un mondo fatto di melodie e di ricette mediche, di battute e di sofferenze. Un mondo fatto di musica suonata, cantata, vissuta fino in fondo. Milanese, figlio di emigrati, Jannacci esordisce nella musica a vent’anni, amando il jazz e il rock’n'roll, entrando a far parte nel 1956 dei Rocky Mountains con Tony Dallara e facendo notte nei club della sua città, dal Santa Tecla all’Aretusa. Ed è proprio al Santa Tecla che va in scena con la sua nuova band, i Rock Boys di Adriano Celentano e con loro si esibisce al Palazzo del Ghiaccio al primo festival rock’n'roll italiano, nel 1957. Jannacci non si accontenta di suonare una cosa sola, non gli basta esprimersi in un solo territorio. Mentre è con i Rock Boys di Celentano mette su un duo con il suo amico Giorgio Gaber, i Due Corsari, e mentre suona con questi frequenta anche i locali del jazz, suonando con i migliori jazzisti milanesi e offrendo i suoi servigi come pianista alle stelle americane che arrivano a Milano. E come se tutto questo non bastasse, inizia anche a incidere i suoi primi 45 giri da solo, mettendo insieme tutto quello che ama, il rock’n'roll, il jazz e anche la sua naturale propensione comico-cabarettistica. Accade tutto velocemente nella Milano che passa dagli anni Cinquanta ai Sessanta, una città vivace e attenta, dove la musica, le idee, circolano rapidamente, passano di bocca in bocca, e ogni giorno c’è un nuovo progetto, una nuova avventura, un un nuovo spettacolo da mettere in scena. Jannacci scrive canzoni per se stesso e per gli altri (Gaber e Tenco sono i primi a cantare per lui), le sue canzoni sono cariche di ironia e di passione, spesso sono storie piccole, di emarginati e dimenticati, che Jannacci ama far diventare eroi romantici e disperati. Il suo modo di stare in scena, surreale, distaccato, personalissimo, lo porta naturalmente verso il teatro, e nel 1962 esordisce ufficialmente sul palcoscenico nello spettacolo “Milanin Milanon”, con Tino Carraro e Milly. Poi tutto prende forma in un unico, importantissimo luogo, dove Jannacci finalmente riesce a convogliare tutte le sue passioni, il jazz, il cabaret, il rock’n'roll, la canzone d’autore, il teatro. Quel locale è il Derby, a Milano, una straordinaria piattaforma di lancio per una intera generazione di artisti, cantanti, attori, autori, che si legano l’un altro, si confrontano, crescono, cambiano, inventano, ogni sera, in una febbre creativa che diventa di stimolo per molti altri, che nel locale milanese trovano un punto di riferimento importantissimo. Anno dopo anno Jannacci va avanti, continuando a fare il medico, e il successo arriva e si allarga, collabora con Dario Fo (“Ho visto un re”) e con Cochi e Renato, Lauzi, Toffolo, Andreasi, lo chiama Lizzani a recitare in un film, approda in televisione dove per molti anni sarà protagonista di gag e canzoni ancora oggi inimitabili. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta Jannacci mette a segno non solo canzoni memorabili come “Vengo anch’io, no tu no”, “Faceva il palo”, “Messico e nuvole” (scritta da Paolo Conte), “Ragazzo padre”, ma scala persino le classifiche di vendita, recita ancora al cinema con Monicelli, collabora con Fiorenzo Fiorentini e Luciano Bianciardi, con Beppe Viola e Marco Ferreri, collabora addirittura alla realizzazione dello storico Carosello del “Pianeta Papalla”, il tutto mentre prende la specializzazione in chirurgia, lavorando in Sudafrica con l’equipe di Christian Barnard, rinunciando a godere del successo ottenuto con “Vengo anch’io”, scegliendo di restare con i piedi per terra e il cuore nella vita. E così sarà per tutti gli anni Settanta, dove alternerà la sua atività di medico alle produzioni televisive (“Il poeta e il contadino” del 1973, “Saltimbanchi si muore” del 1979) alla realizzazione di colonne sonore (magnifica quella di “Romanzo Popolare” di Monicelli, ma anche quelle di film diretti da Bolognini, Wertmuller, Samperi, le canzoni sporadiche (da “La Gallina” e “La canzone intelligente” per Cochi e Renato alla bellissima “Silvano”), e gli album, come, nel 1975 un vero capolavoro intitolato “Quelli che…”. Enzo JannacciEnzo Jannacci E’ un ritorno al successo, che non lo lascerà più, soprattutto negli anni Ottanta, dove metterà a segno non solo delle canzoni di grande impatto, sia quelle più ironiche sia quelle più drammatiche e appassionate, ma anche degli straordinari spettacoli dal vivo, e poi ancora cinema, teatro, televisione, fino alla sua prima partecipazione al Festival di Sanremo, nel 1989, con “Se me lo dicevi prima”, seguita nel 1991 da una seconda partecipazione con “La fotografia”, magnificamente interpretata anche da Ute Lemper. Ma gli anni Novanta non fanno per lui, la sua Milano è cambiata, le storie che a lui piace raccontare non riescono a trovare una casa discografica disposta a pubblicarle e per ben sette anni non esce un solo disco a sua firma. Nel 2001 finalmente pubblica un nuovo album con la collaborazione del figlio Paolo, l’anno seguente vince la Targa Tenco con “Lettera da lontano”, premio che vince di nuovo nel 2003. Ma i tempi sono ormai cambiati, Jannacci è uno dei “senatori” della canzone d’autore, amato, rispettato, lodato, premiato, ma ornai lontano da un mondo musicale che si muove al ritmo dell’elettronica e degli mp3. Non c’è stato in Italia nessun’artista simile a lui, con

    la sua straordinaria comunicativa, con la sua eclettica intelligenza, con la sua capacità di essere comico, drammatico, appassionato, romantico, ironico, attore e autore, cantante e cabarettista, scrittore e interprete. E’ stato capace di rappresentare un’Italia in grado di essere creativa e

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    solidale, impegnata e divertente, piccola e grande nelle sue miserie e nei suoi splendori. Ed è un autore che meriterebbe di essere scoperto dalle giovani generazioni, che non hanno avuto magari il piacere di vederlo in scena, di scoprirne le doti più profonde, di amarlo come ancora meriterebbe di essere amato.

    Postato da Redazione
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