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    08
    mag.
    2013

    Anche a quattr’occhi restava un Divo

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    Giulio Andreotti

    Il tradizionale e comprensibilissino “parce sepulto”, che solitamente fornisce un alibi conformista e acritico al sistema mediatico nei confronti delle figure importanti che se ne vanno, ha subìto un parziale contrordine per Giulio Andreotti. Sarà stata l’urgenza della storicizzazione controbattuta dalla ricca cronaca giudiziaria, o magari la subdemocristianità carsica del nuovo governo oppure anche la toccante contemporaneità delle cattive notizie per Berlusconi i cui processi rimangono “pericolosamente” (per lui, non per noi…) a Milano, sarà stato questo e altro nella cornice di uno “spirito del tempo” meno disposto alle macroagiografie, fatto è che Andreotti è stato ancora un po’ vivo da morto e la cosa gli sarebbe piaciuta parecchio. Lo dico non sulla base di aforismi del “Divo Giulio” più o meno fulminanti e comunque sempre apprezzati dai corifei almeno fino a vent’anni fa, con modalità simili a quelle che facevano sdilinquire i cronisti di fronte ad Agnelli quando l’Avvocato diceva “Piove” e ne veniva sottolineata l’arguzia meteorologica. Lo dico per esperienza personale (dopo aver chiesto venia per la violazione del bon ton che non prevede che di fronte alla salma si parli di sé, come ahimè accade quasi sempre). Ho appena scritto “vent’anni fa”. Cioè appunto quando si sparse la voce dell’inchiesta su Andreotti e un giovane Sassoli del Tg3 mi domandò in di- retta che ne pensassi. Risposi: “Ogni tanto c’è qualche buona notizia”.

    Mi capitò di incontrare l’indagato eccellente qualche tempo dopo, in pubblico, e mi rimproverò quella battuta. Replicai che non era una battuta, ma che se voleva potevamo parlarne un po’ più diffusamente. Accettò con una curiosa benevolenza che poi toccò le rispettive date di nascita, la stessa con trent’anni di differenza. Mi invitò a Palazzo Giustiniani. Pensai, geniale come sempre… che un uomo in disgrazia, fosse pure Andreotti, avrebbe forse parlato più volentieri di uno in auge, così andai, e andai. E riandai. Per circa tre anni ebbi appuntamenti privatissimi, e rarefatti dalle udienze o da altro: quasi subito fu tacitamente evidente che non di cronaca giudiziaria personalizzata voleva conversare, bensì di Italia, di Nato, di cultura politica. Niente Pecorelli né Ambrosoli, non Buscetta né Di Maggio né Salvo Lima né i cugini Salvo: ma di molto altro sì. E appunto oltre gli stereotipi pubblici davvero era una persona straordinaria, ovviamente nel bene e nel male, a partire da una fisiognomica assente e incisiva insieme. Dava ogni tanto delle occhiate come lame, e poi si ritraeva nel suo guscio come un animale che non volesse farsi notare… eccetera eccetera. Poi diradammo, e gli incontri smisero. Una notazione riassuntiva, che ci porta a oggi e alla berlusconeide infinita: con il processo ad Andreotti la politica è stata sostituita dal “penalmente rilevante”, che niente ha a che spartire con l’ovvia considerazione del principio di legalità. Da allora ogni azione politica ha smarrito a destra e a sinistra, sopra e sotto, i suoi connotati di responsabilità onnicomprensiva e la politica è finita. È rimasto il distinguo sul “penalmente rilevante”: tutto il resto è noia, per dirla con un altro bel tipo che è evaso recentemente dalla mondanità terrena…

    Postato da Redazione
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