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    27
    mag.
    2013

    Il figlio ucciso dal terremoto: “Vita risarcita con 1.900 euro”

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    Nicola Cavicchi
     
    Nicola Cavicchi

    Riceviamo & Pubblichiamo

    FERRARA / «I capannoni si ricostruiscono. Le vite umane no». È il commento amaro di chi quel maledetto 20 maggio a causa della furia della terra ha perso un figlio. E lo ha perduto come non dovrebbe mai succedere: sul posto di lavoro. Bruno Cavicchi è il padre di Nicola Cavicchi, 35 anni, morto alle 4.05 sotto le macerie dello stabilimento delle Ceramiche Sant’Agostino, mentre sostituiva un collega in malattia. Al dolore per la perdita del figlio, Cavicchi ha dovuto poi vedere aggiungersi la beffa del risarcimento Inail, per il quale la vita del suo Nicola valeva solo 1.900 euro. Neanche abbastanza per coprire le spese del funerale. Un dolore doppio, sul quale anche ieri, a un anno dal terremoto, Cavicchi ha cercato di accendere i riflettori consegnando una lettera al presidente della Camera Laura Boldrini in visita a Ferrara.

    Cavicchi, con che spirito partecipa alle celebrazioni per l’anniversario del terremoto?
    «Il morale è basso. Vado solo perchè sono stato invitato. Mia moglie invece non se l’è sentita di venire».

    Da genitore di una delle vittime del sisma, cosa si sente di chiedere alle istituzioni?
    «Più attenzione per chi a causa del terremoto ha perso la vita. Per un anno non si è fatto altro che parlare di ricostruzione, ma in pochi si sono ricordati delle vittime. I fabbricati possono rinascere, ma le vittime no».

    Lei poi ha subito anche la beffa del risarcimento Inail.
    «Sto portando avanti una battaglia contro questa normativa secondo la quale ai genitori delle vittime spetta poco o nulla. È vergognoso: ci siamo sentiti abbandonati. Io credo che si sarebbe potuto fare qualcosa di più».

    Per questo ha scritto alla Boldrini?
    «Sì. Le ho portato una lettera che ho consegnato a un membro del suo staff. Ho allegato la normativa di legge sugli infortuni mortali sui luoghi di lavoro accompagnata da uno scritto nel quale chiedo un impegno ad adeguarla ai tempi moderni. Porto avanti questa battaglia non per me stesso, ma per tutti i lavoratori».

    Cosa si aspetta?
    «Ben poco. È un anno ormai che sento solo belle parole».

    Portiamo le lancette indietro di un anno. Qual è il suo ricordo di Nicola?
    «Aveva il turno di notte. Ci aveva salutati: ‘ciao mamma, ciao papà’. Poi non è più tornato. E ora sono rimasti in pochi a ricordarsi di lui e delle altre vittime».

    Federico Malavasi
    Articolo originale qui

    Postato da Redazione
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