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    14
    mag.
    2013

    Il futuro della parola. E della cultura

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    di Federica Onori

    Qual è oggi il futuro della parola? È quello che si è chiesto Oliviero Beha in occasione dell’evento “Parlare Futuro”, di cui è stato ospite giovedì 9 maggio presso la Villa Baruchello di Porto Sant’Elpidio. Secondo il giornalista, parlare di “parola” significa parlare di noi stessi, di tutte le persone che di questa parola sono portatrici. Mi viene in mente la celebre definizione di Aristotele, che descriveva l’uomo non solo come “animale politico”, ma anche come zòon lògon èchon, animale dotato di parola. Per essere parte di una comunità, per poter organizzare il vivere comune, per poter costruire l’insieme dei sistemi relazionali di una polis, l’uomo ha bisogno di confrontarsi e comunicare con gli altri. E questo è possibile proprio grazie alle facoltà linguistiche che ci distinguono dalle altre specie viventi. Politica e parola sono quindi estremamente connesse tra loro. L’una ha bisogno dell’altra per poter esistere. Cosa succede allora quando la politica – intesa anche nel senso etimologico del termine come sistema di relazioni e regole tra individui che vivono in uno stesso territorio – entra in crisi? Il linguaggio non ne rimane immune, diventando in questo modo portatore di quel senso di vuoto e di incertezza che scava dentro, in profondità, e che ci spinge ad adeguarci alla massa per non sentirne il peso soffocante alle spalle. Come siamo giunti a questa situazione non è facile sapere. Oliviero Beha ci riporta indietro nel tempo, alla repentina trasformazione del nostro sistema produttivo agricolo in uno di tipo industriale, agli anni del boom economico fino ad arrivare a quelli del consumismo – di merci e di informazioni – che hanno fatto di noi stessi un popolo di consumatori senza più storia né identità. Se le radici sono state strappate dalla terra a cosa possiamo aggrapparci? A un’identità artificiale, creata dai media e dalla televisione in particolare, che non ha portato altra cultura se non quella dell’apparire, se di cultura si può parlare. Ecco allora che anche la parola viene svuotata dei suoi significati profondi. Essa viene urlata, svenduta, screditata, usata nei talk show soltanto come strumento di sopraffazione dell’altro, come arma di minaccia, provocazione, offesa. Se negli anni Sessanta la televisione italiana offriva programmi culturali per insegnare a leggere e a scrivere, oggi l’analfabetismo di ritorno al quale stiamo assistendo non desta più alcuna preoccupazione. Anzi, la politica se ne serve per evitare di avere una base critica di protesta e opposizione. La televisione lo incrementa mettendo in scena e rendendo popolare chi della propria ignoranza ne ha fatto quasi un vanto, motivo di riconoscimento e decoro. E tutti gli altri? Coloro che ancora credono che la parola abbia un peso, un significato e una storia da proteggere e conservare? Forse come me rifuggono lo schermo e sfogliano la carta, convinti che le vere parole, oggi, sono quelle che abitano i libri, che destano curiosità, che evocano nella memoria antichi ricordi, sogni, fantasie. Ricorro allora, ancora una volta, ai versi dei poeti, a Tagore, che con estrema chiarezza e semplicità ci ricorda l’importanza della parola e la necessità di continuare a coltivarla nel modo migliore, perché anche di essa ci si possa nutrire:

    “L’uomo per il pane
    segna con l’aratro la terra
    nel campo.
    E quando con la penna segna la carta
    dalle pagine darà frutti

    il cibo della mente”.

    Postato da Redazione
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