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    08
    mag.
    2013

    In morte di Andreotti, già tra cronaca e storia, tentando di capire come siamo diventati

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    "Il divo", film del 2008 scritto e diretto da Paolo Sorrentino
     
    "Il divo", film del 2008 scritto e diretto da Paolo Sorrentino

    La morte ormai da tempo alla moviola di Giulio Andreotti riempie da martedì le conversazioni degli italiani, tra cronaca e storia. L’eco si attenuerà in fretta, l’Italia che lascia e che ha pesantemente contribuito a confezionare ha altri problemi urgentissimi di ogni tipo, e comunque le fa difetto principalmente la memoria. Non ci ricordiamo di quel che è successo ieri e tantomeno nell’ultimo ventennio, da quando cioè il Divo Giulio è scomparso dalla scena politica attiva con l’inchiesta giudiziaria che lo ha coinvolto in profondità, figuriamoci se qualcuno ha tempo e voglia per storicizzare il prima. Ho sentito dire credo giustamente che come spessore politico e culturale Andreotti è imparagonabile con le mezze calzette di oggi. Ma c’è anche chi osserva almeno altrettanto giustamente che quelli di oggi sono anche figli suoi, che i capataz dal dopoguerra in poi hanno questi eredi e ne portano in gran parte la responsabilità.

    Internet non ha fortunatamente problemi di spazio, quindi alla fine di queste poche righe pubblico la mia recensione del 2008, quando Andreotti era ancora perfettamente lucido e parlava e (forse) scriveva accrescendo il suo archivio sui Misteri d’Italia che ci raccontano custodito in un “caveau” protetto, al famoso film di Sorrentino, “Il Divo”, che raffigura il potere e chi più di ogni altro lo rappresenta e impersona da cima a piedi, gobba compresa: appunto lui, Andreotti. E’ un articolo diretto ai giovani, coloro che “non c’erano”. Ma qui vorrei tornare a Giulio, e all’impressionismo dell’opinione pubblica tra cronaca e storia. Di certo ha fatto e farà storia, anche se temo che difficilmente i famigerati misteri di cui è stato grande protagonista (in negativo, per carità…) verranno svelati: forse una parte, quella che conviene al momento, una  o più tessere di mosaico, ma mai il disegno complessivo. Guai…potremmo capire. E’ un discorso italiano ma non solo, è appunto il potere con i suoi risvolti da sempre. Ma è storia che non può prescindere dalla cronaca, e appunto dalla cronaca giudiziaria che è rimbalzata dalla politica sulle nostre vite con la prescrizione del sette volte presidente del Consiglio in odore accertato di rapporti con la mafia.

    Voglio dire che, anche se è difficile, cronaca e storia debbono rimanere insieme in un discorso su una figura che ha tinto di sé la vita di questa nazione come pochi. Lasciarlo solo alla storia, quasi fosse già un Nerone, o un Borgia, impedisce di capire come abbiamo fatto a ridurci così, con gli epigoni non tanto democristiani quanto demo-lettiani di ora. Ma anche schiacciarlo solo contro la parete della cronaca (giudiziaria ormai più che politica) impedisce di cogliere l’orizzonte, e l’insieme del paesaggio dentro il quale si svolge la nostra vita. Un test: provate a sostituire Berlusconi ad Andreotti in queste righe, e ditemi l’effetto che fa… Qui di seguito la recensione che scrissi sul film cinque anni fa, per  l’Unità. A proposito del “Divo” Giulio.

    Era dai tempi de La notte della Repubblica, in tv, il programma sul terrorismo di Sergio Zavoli che da qualunque punto di vista lo si voglia analizzare rimane “grande televisione”, che non capitava di poter fare un ragionamento analogo. E sono passati vent’anni. Lo permette ora il film di Paolo Sorrentino premiato a Cannes, Il Divo, la storia di Giulio Andreotti con il superpolitico quasi novantenne ancora in grado di commentarlo. Di quale ragionamento sto parlando e perché lo considero un ragionamento che vale la pena di fare? Vediamo.

    Un’opera dell’ingegno, di qualunque tipo sia, programma tv e film compresi, gode innanzitutto di metri di misura “estetici”. Un film è bello, meno bello, riuscito oppure no in base a come viene fatto e non necessariamente in riferimento al tema trattato e al modo di trattare tale tema.Questo è banale, accertato, accettato. Ma se il discorso finisse qui forse non varrebbe la pena più di tanto di parlare de “Il Divo”.E invece il ragionamento riguarda la politicità del film, il suo potenziale espressivo e intellettuale “civile” specie in tempi in cui tutto ciò sembra godere di bassissime quotazioni alla borsa della quotidianità,riguarda il circuito delle idee,e -trattandosi di un’opera creativa- delle emozioni che fa circolare. Per questo quel “La notte della Repubblica” e questo “Il Divo” dovrebbero essere mostrati nelle scuole, per favorire quel circuito ideale e quella circolazione emozionale, proprio due “merci” oggi fuori mercato con i risultati sotto gli occhi di tutti.

    Il film di Sorrentino aveva una fenomenale difficoltà di partenza: l’argomento Andreotti ancora in corso d’opera.Era come per i tuffi,con un coefficiente “mostruoso” di rischio già solo a immaginarsi l’evoluzione in aria,appena lasciata la piattaforma.Sorrentino ha affrontato tutto ciò con grande capacità professionale e grande consapevolezza, riuscendo a non deludere soprattutto sul terreno della “cultura” del film. Voglio dire che difetti se ne possono trovare e ce ne sono,ma interni al cosiddetto specifico cinematografico,mentre all’esterno,nel rapporto con il pubblico, con la storia,con la cronaca italiane degli ultimi vent’anni il film è un’autentica molla a capire. Per questo dovrebbe esserne quasi “obbligatoria” la visione per ragazzi che di tutto ciò sanno poco o nulla non avendo vissuto quella stagione,non in modo informato,almeno,e di sicuro non in modo sufficientemente consapevole.

    Sorrentino attraverso Andreotti/Servillo (una meraviglia di attore che “è” il personaggio proprio nel momento in cui ci ricorda che lo sta interpretando, che non vuole somigliargli ma “esserlo” nel modo di pensare per due ore di film), ci dice tantissimo su chi eravamo e chi siamo,tenendo insieme la nostra storia turbolenta e mascherata.Importa poco che ci sia un Evangelisti meglio riuscito di un Cirino Pomicino troppo poco intriso di napoletanità: importa lo scenario complessivo, il palcoscenico-Italia di ieri o, come si dice oggi, “la scena del crimine” intesa nel senso più compiuto.

    L’arte intrinseca di Sorrentino, che rimanda al miglior cinema italiano d’antan, assodato il coraggio autorale e registico di partenza, si sviluppa in alcune scene particolari, che rimarranno impresse nella memoria appunto in un film che è produttore egregio di memoria condivisa o da condividere. Invece l’impegno (oddio, siamo alla scatologia…!) di Sorrentino metacinematografico, teso come nello Zavoli di cui sopra a “lasciarci qualcosa di più di un semplice bel film”, si rivela nella costruzione,decostruzione,ricostruzione di una figura-chiave della nostra Repubblica. La domanda di rito,”come ne esce Andreotti?”, mi pare relativamente meno importante.

    Si direbbe che ne esca “bene”, e il virgolettato riguarda di nuovo la capacità del regista e di Servillo di calare la figura in un contesto cinematografico. Si potrebbe dire che ne esce “bene” perché in fondo è soltanto un film,e i film fanno sognare traducendo oniricamente anche gli incubi. Ma se il discorso fatto qui è quello che va oltre il film, ossia politico, culturale,etico su base estetica, allora dovremmo dire che ne esce com’è, in parte come lo si immagina mettendo insieme i suoi innumerevoli pezzetti pubblici in un puzzle d’insieme, in parte come uscirebbe dalle testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto e frequentato magari in quelle poche volte in cui ha tenuto la guardia se non proprio bassa almeno non sempre e strenuamente all’altezza dello sguardo.

    Pensare che  sembrava “troppo” per essere ristretto in un film e per di più in vita, e invece l’arte è riuscita a trovare la misura per farcelo apprezzare, disprezzare, semplicemente “prezzare”. Dunque: quanto “costa” ed è costato Andreotti all’Italia? Che prezzo abbiamo pagato per il suo “male fatto a fin di bene”? Forse è di questo che si dovrebbe discutere,a partire da un film prezioso,così come si potrebbe indugiare su alcuni decisivi particolari che pesano ancor oggi, come per esempio il punto in cui,nel ricostruire la vicenda Repubblica-Mondadori-De Benedetti-Berlusconi, c’è un Andreotti/Servillo rivolto a Scalfari/Bosetti che ricorda come le critiche e le domande di “Repubblica” al supposto Giulio-Belzebù siano possibili grazie all’intervento di Andreotti stesso attraverso Ciarrapico per lasciare il quotidiano nelle mani di fondatore ed editore.

    Niente di nuovo: ma magari in un film di successo tutto ciò potrebbe assumere ben altro valore documentario specie per i giovani che nulla ne sanno. E invece niente: non mi pare che un film simile abbia scatenato tra media e intellettuali alcun dibattito vero su tutto ciò. Troppo poco o troppo interessante? Troppo pericoloso? Troppo coinvolti tutti quanti in questa classe dirigente epigona di quella? Sono domande che forniscono a mio avviso la risposta al “perché fare un ragionamento” su un film simile, che ci porta fuori, almeno a questo livello di visibilità,  da un tunnel di rimozioni sull’ultimo ventennio,dai tempi di Petri,Rosi,Damiani ecc. e di un cinema calato nella realtà. E che ci permette di stare, con dignità  artistica e se volete addirittura con orgoglio “democratico”,alla pari con un film da Oscar come “The Queen”, di Stephen Frears, sulla Casa Reale, Blair e compagnia, pensato e girato in presa diretta. Proprio come quello di Sorrentino.

    Dappertutto ci si chiede da dove ricominciare, almeno tra le minoranze che, al di là delle etichette di maniera straingiallite nella cattiva coscienza e nel cattivo comportamento dei più, non vogliono ancora abbozzare di fronte a come va il mondo. Ebbene, film così, ovviamente rari, accendono se non dei riflettori almeno delle torce con luce robusta. Non è pochissimo, in una “notte” senza stelle.

    Postato da Redazione
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