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    04
    giu.
    2013

    Allegri, B. e la Roma No, il triangolo no

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    allegri-berlusconi

    La telenovela dell’allenatore rossonero è per ora il solo “brivido” di un calciomercato sottosviluppato, specchio fedele del nostro calcio e del nostro Paese. E vien da chiedersi se Berlusconi comandi ancora al Milan

    Che differenza c’è tra la Merkel ed Enrico Letta? E tra il calcio tedesco e quello italiano? E tra Bayern e Juve, tra Borussia Dortmund e Napoli, ecc. ecc.? A spanne, la stessa: il sistema-calcio versa da noi nello stato pietoso che conosciamo perché parte intrecciata a quel sistema-Paese che quasi tutti (non Grillo…) fingono di considerare malato sì, ma non poi così grave. La struttura del nostro pallone risente infatti delle magagne più generali che attengono alle magagne dello sport italiano, sempre usato e mai rispettato culturalmente e organizzativamente – quindi politicamente – dalla classe dirigente italiana nel suo complesso. Quando la Francia dopo le Olimpiadi di Roma del ’60, organizzate all’alba del boom economico nostrano, si scoprì “nuda”, rifondò il proprio sport a partire dalla scuola, non considerando i risultati olimpici l’unico fine di tale rifondazione. Risultati che vennero di conseguenza. Scendendo per li rami, quando la Germania stramazzò nel pallone degli Europei olandesi del 2000 pensò certamente a come tornare in auge con Nazionale e club, ma lo fece con un’idea sistemica che permettesse di ricostruire il proprio calcio dalle fondamenta, dai vivai, dall’impiantistica, con scelte più oculate e rappresentative dei propri dirigenti e tecnici scelti per le opere e non i nomi. Oggi e da qualche anno ne stanno raccogliendo i frutti.

    L’Italia ha utilizzato lo stellone dei Mondiali del 2006, sui quali non ricordo alcuna inchiesta approfondita come accadde invece per i Mondiali vinti in Spagna nel 1982 con pesanti implicazioni di malaffare ovviamente ignorate dalla stampa protezionista (cfr. lo strano caso di Michele Zaza, il camorrista, Michele o’ p a zzo …), solo come maschera antigas per i fumi venefici di Calciopoli. E poi è arrivata al disastro in Sudafrica nel 2010 con un tecnico già licenziato, un altro in arrivo e l’incertezza su cosa fare del proprio mondo rotondolatrico, a partire dalla questione stranieri. Prima ridotti e dopo reintrodotti, come fosse soltanto un gioco di lobbies. E adesso piange insieme al Paese che invece dovrebbe distrarre “dalla crisi più profonda dal dopoguerra” in cui Letta governa e Napolitano dispone. Ho scritto “piange”? Ho sbagliato, dovevo scrivere “ride” se prendiamo in esame i primi scampoli di calciomercato, che ha visto in scena soprattutto le “primarie panchinare”. Alludo ovviamente al meraviglioso triangolo Allegri-Berlusconi-Roma, ad oggi a quel che pare almeno per un anno risolto: il tecnico che nel suo triennio milanista ha mietuto un’orgia di punti, più dei grandi vincenti del recente passato, è stato confermato, cioè non licenziato (scade nel 2014), cioè non messo in naftalina e in mobbing dorato con l’ingaggio di un altro allenatore, segnatamente See dorf.

    Sappiamo tutto o quasi della pantomima: Berlusconi non è contento, mesi fa virtualmente lo liquida e lo “cede” alla Roma orfana di Zeman, coinvolgendo anche il presidente del Coni, il romanistissimo Giovannino Malagò. Ma Allegri si fa ben volere da tutto il Milan e soprattutto da Galliani, che intercede per lui presso Berlusconi come in un sottodramma shakespeariano: tienlo, Messere, si pare e si parrà la sua nobilitate. Berlusconi resiste: non lo vuole, in realtà il vero allenatore è lui come Moratti lo è dell’Inter. Ma il secondo fa figurine, il primo soldi e politica. In più, si domandano in società, se è vero che il Palazzo ha portato in palmo di mano il Milan in Champions grazie ai riguardi arbitrali, che merito avrebbe Allegri se questi riguardi sono per lui, il Berlusca?

    Contro Allegri anche Barbara Berlusconi, in attesa di succedere a Galliani, a favore invece Galliani che difende la logica e i risultati e la stima dello “spogliatoio”. Così si arriva all’altroieri, e composta in qualche modo la faidetta milanista, è la Roma a restare con un palmo di naso: senza Coppe, senza società, perfino senza allenatore… E malgrado Malagò che come romanista non perde un colpo. Di questo si parla oggi nelle contrade pallonare sottosviluppate del Paese dell’ex campionato più bello del mondo. In realtà i tifosi verranno “distratti” (forse) dal mercato estivo dei piedi per i prossimi tre mesi. Aspettano di sapere se la Juventus comprerà Jovetic dalla Fiorentina, facendo pesare il denaro di Agnelli sulla pervicacia di Della Valle: una squadra dominante in Italia e recessiva in Europa dovrebbe con il montenegrino fare il salto di qualità. Sarà: per ora la sola cosa certa è lo standard europeo non di primissima fila mostrato dai Campioni. Il Napoli gira attorno a Cavani, sapendo che alle cifre emerse (63 milioni) si vende chiunque, e a Benitez in panchina, fisionomia da droghiere ma lucidità tattica sperimentata. Il Milan la squadra ce l’ha già quasi tutta, e l’ha ringiovanita. La Fiorentina se riesce a vendere Jovetic si può rafforzare fidando nel gioco come vuole Montella. La Lazio continua a piccoli/medi passi, l’Inter è tabula rasa non tanto come giocatori quanto come animus e organizzazione (ha un difensore giovane, della Nazionale, come Ranocchia, che dice tranquillamente che per lui “andare alla Juve sarebbe un onore”: una volta avrebbero pensato un attimo prima di parlare…). Ma come leggete è comunque un modesto rosario snocciolato per ingannare il tempo, gli addetti ai lavori, il popolo tifoso. Se non si semina non si raccoglie. E non basterà certo né al Milan né al Paese una riforma rotondocratica da repubblica presidenziale…

    (Oliviero Beha)

    Postato da Redazione
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