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    18
    giu.
    2013

    Beato quel Paese senza calciatori

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    romario

    Un sogno? A Lecce manifestavano Causio e Conte per ospedali e strade. In realtà al risveglio si scannava una città per la Serie B sfumata. Impariamo dal Brasile. E tra Balotelli e Romario scelgo il secondo

    Ho fatto un sogno: fuori dallo stadio di via del Mare, a Lecce, prima, durante e dopo la partita Lecce-Carpi buona per la Serie B, si svolgeva una grande manifestazione all’ombra del Partito dei Lavoratori (sarebbe Sel, o qualche corrente del golfo del Pd, o il M5S, oppure non è nessuno davvero oggi in Italia?). Decine di migliaia di salentini chiedevano che invece che alla Serie B si pensasse agli ospedali, alle scuole, alle infrastrutture. Non solo: due ex campioni indigeni, il “mondiale” Franco Causio e l’allenatore titolatissimo della Juventus, Antonio Conte, erano alla testa dei manifestanti ribadendo “meno calcio e più equità sociale”…

    Risveglio doloroso: a Lecce c’era stata sì una manifestazione, ma avendo perso la B il Lecce si era scatenata una purtroppo prevedibile guerriglia urbana… Nel frattempo, ma a Rio, fuori dal Maracanà (per ogni volta che in tv o alla radio o sulla stampa viene abbinato all’aggettivo “mitico” bisognerebbe forse imporre una multa), c’è stata effettivamente una grande mobilitazione per “scuole, ospedali, infrastrutture” e contro l’aumento anche infinitesimale dei biglietti del trasporto pubblico, con cui “si pagano i nuovi stadi” oggi della Confederations Cup e l’anno prossimo dei Mondiali Fifa. E tra i “testimonial” impegnati nella protesta c’era un certo Romario, idolo di vent’anni fa, che è come dire almeno Balotelli per noi oggi. Ma non disperiamo: magari tra vent’anni SuperMario – salvando la rima – svolgerà lo stesso ruolo sociale e politico di Romario in Italia, magari allora ci sarà almeno una frangia di partito che stia davvero, nella realtà, dalla parte dei lavoratori in un PT tricolore, insomma magari l’Italia riuscirà a diventare come il Brasile…

    Nel frattempo dobbiamo accontentarci dell’epos un po’ ridicolo proprio di Balotelli, di scena al Maracanà per il debutto dell’Italia nella manifestazione vetrina che i manifestanti contestano usandola appunto anche loro da vetrina. Perché epos? Ma perché è sempre più la Nazionale di Mario, che ne è appunto l’eponimo nei titoli a essa riservati. E perché un po’ ridicolo? Ma perché sembra quasi costretto per contratto a togliersi la maglia, a mostrare i muscoli, insomma a fare il Balotelli non solo giocando, e bene, a calcio. E la cosa sta diventando grottesca anche nel modo in cui cronisti e commentatori la presentano: “In fondo stavolta non ha reagito troppo male, è stato sostituito e invece che schiaffeggiare Prandelli ha sorriso, si è perfino seduto in panchina…”. Davvero è una società mediatica che ha un disperato bisogno di “eroi” e li reperisce facilmente nel calcio così immediato e popolare, una dimensione certamente non solo italiota a giudicare dall’entusiasmo suscitato da SuperMario sugli spalti di uno degli stadi più famosi del mondo se non per certi versi “lo” stadio rotondofilo per eccellenza, almeno prima della ristrutturazione. Adesso è “soltanto” uno stadio bello e funzionale (e contestato…), da 78 mila posti, prima non era soltanto uno stadio, era il Brasile, le sue spiagge, le sue piazze, il Corcovado, tutto caleidoscopicamente contenuto in quella distesa sterminata di posti (180 mila) intorno a un appezzamento verde piuttosto irregolare (sotto i miei piedi, almeno, nel 1981…). Basta e avanza – pare – un semidio greco scolpito a puntino, dall’intuito pallonaro formidabile per scatenare l’enfasi delle moltitudini.

    Beato quel Paese che non ha bisogno di calciatori. Il che non vuol dire beato quel Paese in cui non abbia diritto di cittadinanza lo sport, l’attività motoria, il rispetto di sé e degli altri attraverso il corpo e nei dintorni dell’anima: anzi. A questo proposito segnalo e propongo al neopresidente del Coni, Giovannino Malagò, così che ne possa promuovere la diffusione nelle scuole, nelle federazioni e anche al suo Circolo Aniene (che mi dicono ancora tenuto distinto dall’organigramma del supremo Ente sportivo), il libro di Alessandro Donati Lo sport del doping, ed. del Gruppo Abele, alla seconda edizione e insignito del “Premio Brera 2012 (questo è buffo perché Gioan Fu Carlo rifuggiva dal trattare questioni scabrose come questa, preferendo appunto l’epica…). Donati smonta e rimonta il giocattolo sport dal punto di vista del doping nel tempo, nello spazio e nelle diverse discipline. Sarebbe bene tenerlo a portata di consultazione tutte le volte che esce la notizia (commentata con il classico “non è una buona notizia, non fa bene allo sport” da una stampa che prima ignora il fenomeno fino all’inverosimile e poi lo smercia come scandalo infamando tutti e tutto senza alcun tipo di sensibilità) di uno sportivo trovato positivo: cioè praticamente ogni giorno.

    A parte l’epopea al contrario dei ciclisti, l’ultima grande atleta finita nella rete è Veronica Campbell Brown, velocista giamaicana pluriolimpionica, mentre in Spagna è per la terza volta sotto accusa per valori anomali nel suo passaporto biologico la mezzofondista Marta Dominguez, una delle atlete più importanti nella storia della loro atletica leggera. Come se fosse successo alla nostra sciatrice Di Centa. E il dottor Capua, presidente della Commissione antidoping della Federcalcio, di recente ha suggerito che “sarà un caso ma dopo la vicenda Fuentes (il medico Cagliostro del doping, quello della Operacion Puerto che sembra aver toccato anche il calcio, ndr) ultimamente gli spagnoli non vincono più”. Vedremo stasera, negli Europei Under 21 in Israele con gli “azzurrini” di Devis Mangia in finale, vedremo in Brasile nella Cup summenzionata per la Nazionale maggiore. Ma Capua sul calcio italiano e i suoi valori, in prova e in provetta, metterebbe davvero le mani sul fuoco? Ce lo dica, Capua, La prego, non ozi…

    (Oliviero Beha)

    Postato da Redazione
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