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    14
    giu.
    2013

    Grillo, l’Iva e la “guerra” italiana: c’è bisogno di una vera scala di priorità

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    grillo_ansa

    La guerra senza virgolette è quella in Siria, e ovviamente con l’intervento Usa a un passo dall’Italia saremo coinvolti politicamente e logisticamente: secondo voi quel che resta dell’opinione pubblica nostrana ha una qualche consapevolezza di ciò che sta succedendo? Per di più in un’Italia con l’attenzione mediatica alla politica estera da sempre sotto i tacchi. Deve esploderti una bomba sul naso, allora forse qualcuno si rende conto della tragicità della situazione (in un mio articolo qui del gennaio scorso in campagna elettorale elogiavo Bersani per la frase a senso rivolta alla Rai “invece di conteggiare i miei minuti in tv parlate di più della Siria”…).

    Ma c’è ovviamente un principio di “guerra” virgolettata anche da noi, sul fronte del governo, dell’Iva che non si doveva aumentare e invece secondo il Ministro competente Zanonato non si potrà fare a meno di aumentare per ragioni di copertura di spesa, e poi polemiche a destra e sinistra sulle promesse non mantenute da Letta e soci ecc. Cito qui quasi per intiero (abbiate pazienza…) un intervento di Giorgio Ragazzi, docente di Scienza delle finanze all’Università di Bergamo, così da far capire qualcosa di più ai lettori.

    “…Oltre alla manifesta e diffusissima corruzione, la classe dirigente sta pagando una lunga serie di errori, incompetenza ed incapacità di governare l’economia. Non è stato tutelato il nostro sistema produttivo ed hanno permesso, a volte persino favorito, il declino di interi settori quali la chimica, l’automobile, la telefonia (ricordiamo le operazioni a leva su Telecom che l’hanno ridotta, da potenziale campione mondiale del settore, a povera struttura che galleggia onerata dai debiti). Opere pubbliche abbandonate; 20 milioni di euro spesi per acquistare nuovissimi tram a Palermo, fermi da due anni perché non vi sono ancora i binari! L’alta velocità, con lavori affidati senza gara, ci è costata 4 volte quanto in Francia o in Spagna, sulla Torino-Milano viaggiano 40 treni contro i 220 previsti, si vuole ancora investire su tratte che non hanno alcuna logica economica come la Milano-Genova e la Torino-Lione, il ponte di Messina è stato alla fine abbandonato ma non prima di aver lasciato uno strascico di costi che arriveranno al miliardo.

    I dissennati sussidi alle energie rinnovabili, in particolare al fotovoltaico, hanno aumentato del 60% il costo dell’energia elettrica prodotta in Italia con comprensibili conseguenze per la competitività delle imprese e le bollette delle famiglie, accollandoci un debito di 170 miliardi per sussidi da pagare sui prossimi 20 anni. Un lampante e macroscopico esempio di incapacità di governo: se solo si fossero graduati gli incentivi su alcuni anni, come ad esempio in Francia, si sarebbe potuta raggiungere la stessa capacità produttiva con meno della metà del costo e sviluppando un’industria nazionale. Il calvario dell’Alitalia si è chiuso dopo decenni di salassi per lo Stato ed il fallimento del progetto di fare della Malpensa un hub internazionale. Ora siamo l’unico grande Paese che non è stato capace di sviluppare questo settore.

    La mancanza di competitività si paga cara. In Inghilterra come in Spagna, dove pure non ci sono case automobilistiche nazionali, si producono 2,5 milioni di auto contro meno di 6oo mila in Italia. La Honda ha istallato una fabbrica in Inghilterra e la Toyota una in Francia, da cui esportano in tutta Europa: perché nessuno investe in nuovi stabilimenti in Italia, dove pure il costo del lavoro non è certo più alto che nei due paesi menzionati? Come può esservi crescita se l’economia non è competitiva? Nel rapporto “Doing business” della Banca Mondiale che valuta il grado di attrattiva di un Paese per l’attività economica siamo al 73esimo posto su 185 e ben ultimi tra i Paesi OCSE. Alla classe dirigente, forse, dovremmo chiedere, oltre ad un minor livello di corruzione, soprattutto verità, coraggio e competenza nella gestione dell’economia.”

    Tutto vero. E c’è poi la “guerretta” all’interno del M5S tra i dissidenti (quanti?) alla Gambaro, e Grillo e la parte più consistente dei suoi adepti. Per carità, il discorso sulla democrazia interna al Movimento è delicato e importante, anche se fuori di esso non c’è un partito in Italia che possa davvero dar lezioni di democrazia. Questo non è (più) un Paese democratico praticamente in alcun luogo, politico, di lavoro, di studio ecc. Ma in tempi così bui bisognerebbe forse avere delle priorità. Sulla Siria, sulle scelte economiche, sulle cose da fare con il M5S. Anche perché la situazione si sta avvitando:  se avesse ragione Grillo, e per tenere a bada il famigerato spread da un anno e mezzo, quindi nel dopo e poi durante Berlusconi, la BCE desse i soldi alle banche italiane, che non li danno alle imprese e tanto meno alle famiglie in crisi perché sono occupate a comprare e ricomprare i nostri titoli di Stato così che appunto lo spread resti contenuto, beh è evidente che saremmo vittime tutti di un raggiro e di una recita.

    Raggiro e recita a breve, fatta per “ingannare il tempo”. E questa guerra la perderemmo per forza a breve, tutti, meno naturalmente quei “lorsignori” con cui appunto ce l’ha Grillo.

    Postato da Redazione
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