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    05
    giu.
    2013

    La grande bellezza di Giuliano Zincone

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    Giuliano Zincone
     
    Giuliano Zincone

    Eravamo lì, nella chiesa piena, in questa stagione di potature pubbliche continue e dolorose, con un funerale dietro l’altro. Eravamo lì per quello di Giuliano Zincone, tra i giornalisti italiani più importanti della sua generazione. Non ho fatto in tempo a pensare che sarebbe stato felice di tanta partecipazione quasi risarcitoria da parte di parecchi che in vita l’hanno tenuto a distanza, che tanti piccoli particolari mi hanno trasportato altrove.

    Quello che rispondeva al telefono, l’altro che bisbigliava di continuo all’orecchio della vicina, grappoli che roteavano gli occhi presumibilmente per vedere chi c’era e chi non c’era. Per carità, niente di speciale di questi tempi, anzi, una similrecita piuttosto tipica. Recita? Dunque tutti in scena, come per esempio nel film di Sorrentino La grande bellezza in cui, appunto, i funerali sono dichiaratamente sequenze da copione? E allora perché non pensare che uno come Giuliano prestasse almeno in parte i panni anche fisiognomici a Toni Servillo, il protagonista? Un giornalista che fa da catalizzatore a una Roma in decomposizione, ai suoi profumati cattivi odori, alla sua assenza di autentico principio di realtà così ben rispecchiato in un film di regia straordinaria e assenza d’autore, un film senza storia che non vuol dire senza trama, un film che sminuzza la tensione in un’ordalia di immagini ben riassunta da una scena di tutte fotografie verso la fine, quasi che Sorrentino ci dicesse “lo so anch’io che è una mostra fotografica”, sia pure nel senso più alto. Jep Gambardella è cinico e buono, non riuscito come avrebbe voluto e comunque centrale nella vita mondana e subprofessionale di questa Roma, avanzata al genio di Fellini e soprattutto di Flaiano.

    È ironico ma ripetitivo, molto più orizzontale che verticale, fermo nel suo movimento esistenziale: era così, Giuliano Zincone? Così, quando con la massima serietà non prendeva sul serio i suoi articoli e i suoi libri? Era così quando indugiava nel conio di formule come “individualismo di massa” che tenevano insieme l’epoca, o meglio la fine d’epoca che pare ci sia stata data da vivere? Era così nella sua signorilità rarissima, di modi e d’anima se esiste? Era così… Nel frattempo la messa scorreva sufficientemente piana, finché i due figli, Carolina e Vittorio, non si sono alternati nel leggere una “cosa” che Giuliano aveva scritto e pubblicato pochi anni fa su ciò che im- maginava per sé dopo la sua morte, nell’aldilà. Il momento più incisivo di un “pezzo” come sempre scritto im- peccabilmente è stato quando temeva che come l’Inferno di Balthasar anche il Paradiso potesse essere vuoto, costernando il sacerdote che lo aveva appena riempito di buone parole. No, mi sono risposto allora e definitivamente, no, Giuliano non era così, non era Jep anche se a volte gli sarebbe piaciuto esserlo nel suo snobismo da legittima difesa nei confronti di coloro che sono tutto meno che si- gnori e che assediano sempre più dall’interno il (nostro?) fortino diroccato, non era il personaggio pur tagliato benissimo da Sorrentino anche se a volte può esserlo sembrato.

    Giuliano si porta dietro un’insicurezza tanto sensata da sembrarmi “storica” e riassuntiva di tempi in cui quasi non puoi essere altro. Un’insicurezza sicurissima, un ossimoro di cui chi lo ricorda professionalmente, forse, non fa l’uso migliore. Ma succede.

    (Oliviero Beha)

    Postato da Redazione
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