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    26
    giu.
    2013

    Nel buco nero di Berlusconi riprecipita tutto il Paese: ma non ci basta, dopo vent’anni?

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    Silvio Berlusconi
     
    Silvio Berlusconi

    E adesso vai con il tifo, in un derby da Champions League: fuori dal Palazzo di Giustizia di Milano, appunto come nel film Il Caimano (già di sette anni fa, il tempo conta eccome…) chi festeggia l’ennesima condanna di Silvio Berlusconi e chi si dispone a difenderlo in piazza, con truppe cammellate e intellighenzia da bosco e da riviera. E se semplicemente non ne potessimo più? Se la condanna di Silvio fosse la condanna metaforica e complessiva di uno stolido ventennio, in cui la più grave colpa del Caimano fosse quella di aver messo in ombra giustificandolo tutto il marcio di un Paese sbagliato? Se in definitiva non se ne potesse proprio più?

    Non è soltanto un grido di dolore, saturato dalle condizioni penose in cui ci troviamo. E nemmeno me la caverò con battute del tipo “già si sapeva tutto, se il caso si chiamava Ruby come doveva andare a finire?” No. Ho provato a distinguere in altri articoli, ci riprovo qui. Con tutte le difficoltà del caso distinguiamo i vari piani della “sindrome Berlusconi” dopo la condanna “alla moviola” di ieri definita da tutti, difensori compresi, “largamente attesa”. Sette anni in primo grado e l’interdizione perpetua ai pubblici uffici.

    1) Il piano giudiziario: se il Tribunale ha ritenuto provati i reati di prostituzione minorile e di concussione non per induzione ma per costrizione “anche se nessuno se ne è detto vittima” come ha rilevato il suo legale e suo parlamentare Ghedini, che doveva fare? Non condannarlo perché era Silvio Berlusconi, cioè fare esattamente il contrario di quello di cui viene accusato, ossia di averlo condannato perché si tratta appunto di Silvio Berlusconi? Quanto all’anno in più di quelli richiesti dai Pm, quella “costrizione” è stata evidentemente dedotta dalla serie di fatti e testimonianze in Aula, così stridenti da far rischiare proprio un rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Ci sarà un appello, e vedremo.

    2) Il piano del costume. Figure in altre occasioni sprizzanti intelletto adesso sostengono che “è la vita privata di un signore, invasa dalla giustizia”. Ma scusate: i reati non sono previsti da un codice penale? Lo aboliamo? Che c’entra la vita privata con una minorenne che si prostituisce e con telefonate in Questura “concutenti” per il rilascio di una “nipote di Mubarak”? Certo, se telefonavo io forse non avrei sortito gli stessi effetti di un Premier.

    3) Il versante politico: è vero e sacrosanto che in democrazia (meglio se reale, informata, “pulita” ecc.) vince chi prende più voti, e Berlusconi li ha sempre presi. Ma questo è un salvacondotto?  Se non commette reati nessuno lo può incolpare, giudicare, condannare, interdire. Dunque strade differenti, che se si incrociano non lo fanno per responsabilità dei giudici. Nota bene: anche per esperienza diretta ho una pessima opinione della giustizia italiana, del suo funzionamento, dei suoi tempi ecc. Ma devo giudicare caso per caso. O il Tribunale di Milano sbaglia, oppure no. C’è l’Appello per questo. Se sbaglia per conto terzi, va dimostrato con un’altra indagine.

    4) Resta l’immagine d’insieme: Paese sudamericano ma solo nel senso peggiore. Possiamo permetterci altri anni così? Davvero si ritiene che il tutto sia una “questione politica”? E’ “politica” la crisi italiana di un Paese povero/misero di politica, oppure è un imbuto generale che, lo devo dire, mi lascia sempre più interdetto (e non dai pubblici uffici)?

    Postato da Redazione
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