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    12
    giu.
    2013

    Quanti morti ancora prima di lasciare l’Afghanistan?

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    Rientro in Italia della salma di Giuseppe La Rosa
     
    Rientro in Italia della salma di Giuseppe La Rosa

    Urne vuote, votanti in calo o meglio decimati, e il centrosinistra che fa il pienone e quindi “festeggia”. Ho messo le virgolette perché voglio sperare che quella parte di politica più avveduta, se ancora ce n’è, non pensi a festeggiare suffragi amministrativi mentre appunto l’Italia brucia, e le casse, come le urne, sono ahimè vuotissime: c’è un Paese da rifondare e non sembra che ce ne sia la coscienza e quindi tantomeno la capacità.

    Ma una cassa purtroppo è piena: è quella avvolta nel Tricolore del capitano Giuseppe La Rosa, saltato in aria in Afghanistan e accolto in patria dai funerali di Stato. E’ il morto italiano num. 53. Non ho il conto dei soldati “pacificatori” morti finora in missione, una missione Isaaf iniziata nel 2004. E nemmeno quello dei soldati “regolari” afghani istruiti dai nostri, né dei talebani, né dei civili (un massacro taciuto) che continuano a crepare in una strage senza fine nel Paese definito dall’Onu “il più pericoloso del mondo, in una guerra che non si può vincere”. Vecchie storie nella palude afghana, massacri senza fine, droni Usa senza piloti, caccia che non rischiano nessuna contraerea: perché i talebani non ne posseggono se non in misura minima…

    Ho cominciato a scrivere qui nel settembre 2009: erano appena saltati in aria laggiù sei parà. Nel mio primo pezzo mi feci passare con banale artificio retorico per un “soldato semplice” che chiedeva di andare in Afghanistan per guadagnare di più. Spiegando che non era una mercificazione del patriottismo, ma una dichiarazione di realismo contro ogni retorica troppo spesso ipocrita. Per completare l’opera, ricordai anche che come per i sei morti così anche per Mike Bongiorno giorni prima c’era stato il funerale di Stato. Apriti cielo: i commenti contro la mia “finzione” si sprecarono e invece di ragionare su una missione di guerra insensata e mortifera il nocciolo parve il fatto che “non potessi essere un soldato che voleva andare in Afghanistan”.

    Adesso, molte vittime dopo, leggo le stesse cose sui giornali, anche se il capitano imbandierato nella sua cassa già oggi sarà dimenticato perché premono altre “maggiori” notizie. Allora: che deve accadere perché di gran fretta si lasci l’Afghanistan, una terra in cui parlare di pace sembra un insulto alla ragione, una terra insanguinata dove tutti gli invasori hanno fatto storicamente una brutta fine, una terra in cui il confine tra civili e militari è stato cancellato da un pezzo, una terra i cui abitanti hanno diritto a un’autodeterminazione che la missione ha trasformato invece in una guerra che con l’esercito raffazzonato e “addestrato” (dai nostri) di Karzai diventerà ancora più “incivile”?

    Si obietta spesso, in un sistema mediatico che ormai ne parla pochissimo salvo qualcuno che fortunatamente ancora resiste nel cedere alla routine dell’eroismo di maniera, come Massimo Fini, che con tutti i problemi che abbiamo preoccuparsi dell’Afghanistan è sempre più un lusso che non ci possiamo permettere. Bene, cioè male: ma se non vien fatto per scelta razionale, questa ritirata facciamola almeno per fermare i “nostri” morti, in un patriottismo conservativo e sopravvivenziale. Che il bersagliere siciliano Giuseppe La Rosa sia l’ultimo: almeno questo è possibile oppure aspettiamo il prossimo a bandiere abbrunate e il “cordoglio” d’istituzioni allertate?

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    Postato da Redazione
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