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    12
    giu.
    2013

    Se Grillo non è la cura resta la malattia

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    La cronaca è scandita dai disastrosi dati economici tra uno che si butta dalla finestra e un altro che si dà fuoco, ma la politica se ne frega, incassa i risultati delle amministrative e si guarda allo specchio. A votare non va più nessuno e la querelle politologica da puro Titanic verte sulla seguente questione esiziale: la diserzione dalle urne ci rende più “normali” avvicinandoci a costumi per esempio americani oppure non è esattamente qualcosa di cui menar vanto? Splendido quesito, direi sprecato se ristretto alle teste d’uovo e invece da diffondere nelle fasce più deboli dei “morti di fame” che hanno diritto di saperlo. Se sono più “normali” perché non votano forse affogheranno con maggiore serenità senza neppure chiedersi perché, se era “normale” il contrario, fino all’altro ieri si raccomandasse caldamente il voto, diritto conquistato grazie al sacrificio della vita di molti. Che oggi si rivoltano furiosamente nella tomba.

    Un’altra buona notizia, a giudizio di classe politica complessiva e analisti di complemento, pare sia l’arretramento macroscopico di Grillo e del M5S, cui fanno da prevedibile corredo le polemiche interne. Anche qui si muore – metaforicamente – dalla voglia di sapere se “implode” oppure no, ovviamente augurandosi che imploda. Chi fa politica di mestiere, meglio se dopo aver studiato nelle scuole di partito che non esistono più (né le prime né i secondi), meglio quindi se non sputtanato dalle iene di turno, teme il contagio molesto di chi comunque ha un occhio nuovo nel vedere le cose, e rappresenta poco o tanto una cattiva coscienza della democrazia nei confronti del potere e della sua gestione. Ma siamo all’ennesimo “Comma 22” di un Paese sfatto: si vorrebbe (almeno a parole) che ci fosse un ricambio di classe dirigente a partire dalla politica, ma basato sulla preparazione che ti dà soltanto la pratica politica ormai da un pezzo diventata quella pratica affaristica da politica politicante ed esercente che ci ha ridotti così.

    Quindi le truppe cammellate di Grillo, profane di istituzioni, potrebbero essere accettate nel “tempio” solo se fossero come quelli che già ci stanno, e da sempre o quasi, anzi peggiorando di fila in fila, di generazione in generazione, di ideologia in assenza di idee. Ma se fossero come quelli non avrebbe alcun senso parlare di protesta e reazione contro caste e scelte che ci hanno portato ormai oltre la soglia del baratro. Per esempio chi dice “La crisi attuale ha caratteristiche strutturali, si sta rivelando più difficile e complessa da gestire, più di quella del ‘29”, il ministro dell’Economia o Beppe Grillo? Siccome l’affermazione non finisce con un “eh, brutti stronzi?”, sareste tentati di rispondere il ministro. E avreste ragione. Ma al di là della parolaccia, forse tale assunto se ne porta immediatamente dietro un altro, che potrei tradurre così: sul piano delle responsabilità nell’essere arrivati a questo punto, chi ne ha di più tra un Saccomanni nelle sue varie vesti professional-politiche e sempre lui, il “comico da strapazzo” che ha canalizzato una protesta di strada sia virtuale che reale? La risposta è facile, se volete semplicistica e demagogica: certamente Saccomanni, inteso come classe dirigente di un’Italia che non è stata ridotta allo stremo di oggi né da Grillo né dalle sue cosiddette “involuzioni anti-democratiche” né dall’approssimazione dei suoi rappresentanti in Parlamento o negli Enti locali. Il sistema si difende, ed è logico che brindi se vince le elezioni o si interroghi se le perde, e in entrambi i casi banchetti perché i grillini si sfarinano. Ma se il M5S non ce la dovesse fare a funzionare da cura (mentre ha già fatto comunque da evidenziatore), non è abbastanza chiaro che ci resta tutta intiera la malattia?

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    Postato da Redazione
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